—Leggete, signor di Montalto; vedrete qui dentro tal cosa che non aspettavate di certo.—

Così disse il duca di Feira con accento malinconico. Una nube passò dinanzi agli occhi del giovane, e il cuore gli si strinse sgomentito. Là dentro, era dunque alcun che di grave per lui? Il suo destino riposava in quelle pagine chiuse? Quali angosce inattese gli serbava ancora la vita?

Stette alcuni istanti perplesso, guardando il libro e non osando porvi mano. Quel giovine animoso che poco dianzi stava per afferrare una pistola e voltarne la canna omicida alle tempie, era investito da un arcano terrore alla vista di quel libro chiuso. Ardimentoso al cospetto della morte che aveva meditata, che egli cercava, si sentiva debole, inerme, contro l'ignoto, che inatteso era venuto a cercarlo.

Finalmente, con mano peritosa, sollevò la coperta, e nell'alto del foglio di guardia lesse queste parole manoscritte: «__Ex libris P. Bonaventurae Gallegos, e Societate Jesu__.» Il nome del fiero gesuita, che aveva avuta tanta parte nella sua vita dolorosa, lo scosse. Voltò rapidamente la guardia, e corse cogli occhi al frontispizio. __S. Augustini Episcopi Hipponensis, Opera omnia__. Così era stampato, in caratteri rossi e neri, giusta il costume di tre secoli addietro. Il numero d'ordine del tomo era il sedicesimo, ma scritto a mano, in lettere romane, accanto al numero stampato, che si vedeva cancellato con alcuni tratti penna.

Aloise si fece da capo ad interrogare collo sguardo il duca di Feira. Il volto del vecchio gentiluomo era dipinto di mestizia; gli occhi suoi si posavano malinconicamente sul giovine, in atto di compassione profonda. Diffatti, il duca di Feira pensava in quel punto alle acerbe trafitture che quel libro avrebbe recato al cuore d'Aloise. Ma egli era costretto ad operare in quel modo; il rimedio era amaro, mia era il solo da cui potesse ripromettersi ancora la salvezza del suo giovine amico.

—Andate innanzi, figliuol mio!—gli disse soavemente il duca.—Là dentro è la verità, dolorosa ma schietta, nutrimento delle anime forti.—

Più turbato che mai da quelle arcane parole del vecchio, Aloise si diede a svolgere alcune carte del libro. Egli si avvide allora che il volume era interfogliato, cioè a dire che ad ogni pagina di stampa rispondeva una pagina bianca. Ma non bianca del tutto; in alcuni luoghi per metà, altrove tutta quanta coperta di caratteri manoscritti.

—È questo,—proseguì il duca di Feira, mentre Aloise svolgeva le pagine,—uno dei ventiquattro volumi delle Opere di sant'Agostino. Ieri ancora erano in casa di un uomo che voi conoscete, di un uomo che ha fatto molto male a voi e agli amici vostri, e che oggi non può più farne ad alcuno. Il vescovo d'Ippona serve qui di copertoio; tra le sue pagine innocenti si nasconde la storia di molti e molti, non esclusa la vostra. È lavoro sudato di lunghi anni, scritto di giorno in giorno, accresciuto di ora in ora con ogni maniera d'artifizi. La pazienza del compilatore non è superata da altro, fuorchè dalla sua malvagità. Questo è, difatti, un serbatoio dei più sottili veleni che una scienza ribalda abbia saputi stillare a danno altrui. Ma anco i veleni, e i più possenti, si adoperano a guisa di farmachi; ed io ho una gagliarda cura da compiere. Iddio m'è testimone che io volgo questi infami stromenti ad un'opera buona. Troppo male essi hanno già operato; egli è giusto che, dopo aver perduto tanti uomini, ne salvino uno, innanzi d'esser dati alle fiamme. A voi, signor di Montalto, questo volume, per ordine numerico, è il decimonono; per ordine alfabetico è la lettera T. Andate innanzi; troverete un nome…. un doppio casato….—

Un grido interruppe le parole del duca. Aloise, seguendo il discorso del vecchio, avea svolte le pagine del libro fino al nome dei Torre Vivaldi.

Alla vista di quel nome, che gli scorse dinanzi a guisa d'un lampo, gli occhi di Aloise si ottenebrarono. A quel pauroso sprazzo di luce, teneva dietro un gran buio.