Il carteggio della Ginevra risaliva all'aprile del 1850, cioè a dire pochi mesi dopo il suo matrimonio col marchese Antoniotto e il viaggio di nozze che gli sposi avevano fatto in Francia, in Inghilterra e in Germania. Nella prima sua lettera la giovine sposa incominciava a raccontare i suoi pensieri, le sue sensazioni, e tutte le particolarità, le minuzie, i nonnulla della sua vita. Quella lettera accennava ad un patto fermato tra le due amiche di convento. La signorina di Kérouèc era andata a marito pochi mesi prima di Ginevra; ambedue s'erano vedute a Parigi, e la viscontessa di Roche Huart aveva fatto, come suol dirsi, gli onori di casa alla marchesa Torre Vivaldi in quella Babilonia moderna che è la capitale di Francia. E innanzi di separarsi da capo, le due spose avevano fatto voto di scriversi spesso e a dilungo, di dirsi liberamente ogni più lieve cosa che loro accadesse di fare o pensare, e di seguire appuntino l'esempio di quella gran chiacchierina della Sévigné, di cui avevano lette, chiosate ed imparate le lettere in collegio, come esempi mirabili di stile epistolare.

Ma usava ella dire ogni cosa, la Sévigné? Con tutto il rispetto dovuto alle dame, vive e morte, ci sia lecito di dubitarne un tantino. E del pari le nostre due scrittrici non dicevano tutto. Non parlavano, verbigrazia, dei loro mariti, nè l'una nè l'altra; quando pure occorreva loro di accennarli, lo facevano così alla sfuggita, dicendone in poche parole un gran bene, e passavano ad altro.

La viscontessa (le cui lettere del resto non erano trascritte nei libri di Bonaventura, come quelle che non avevano alcuna attinenza a' suoi fini) narrava poco di sè e dei pensieri che le giravano per la fantasia; si dimostrava in quella vece molto curiosa dei pensieri, delle opere e perfino delle omissioni di Ginevra; pel rimanente, aveva a parlarle molto di teatri, di veglie, e di nuove fogge parigine. Ma non dubitate, tra i nomi degli eleganti cavalieri che cadevano sotto la penna della francese, Ginevra indovinava subito quello che all'amica premesse di più, quantunque buttato là a caso, mescolato tra tanti. E questo è naturale; nella signoril compagnia non si dice: io amo il tal di tale, come s'usa dal volgo delle figlie d'Eva; si dice in cambio: il tale è un gentil cavaliere, __un homme comme il faut__. Nella qual cosa c'è più prudenza, e, diciamolo anche, più verità. Diffatti, amano esse davvero, queste gran dame? Giuocano all'amore, ecco tutto; il damo è un passatempo, un'appendice ai merletti, alle trine, ed altre simili frascherie.

Ginevra, in quella vece, che viveva una vita meno svariata, più raccolta, più provinciale, non aveva di gran novità a mettere in mostra. Però le sue lettere, data la debita parte ai pochi sollazzi della città, anzi della cerchia ristretta delle sue attinenze nobilesche, tutte passate allo staccio, riuscivano assai più astratte, assai più soggettive; la qual cosa significa che parlava di sè, ed abbondava nelle dipinture dell'animo suo, anzi che nel racconto de' fatti. La marchesa Torre Vivaldi era d'ingegno colto e vivace, che, come si vedeva nel suo conversare, si riscontrava ne' suoi scritti. Non dissimilmente dai valenti parlatori, che spesso amano stare ad udirsi, in quella che vengono arrotondando a fior di labbra i loro aggraziati periodi, Ginevra aveva caro lo scrivere, per ammirare le belle cose che le sgocciolavano dalla penna. I suoi giudizi intorno alle dame e ai cavalieri della sua città erano per consueto assai giusti, ma sempre un po' troppo ricisi; la moglie del tiranno di Quinto tiranneggiava a sua volta, e faceva giustizia sommaria.

Ecco ad esempio, voltata in italiano (poichè il carteggio era tutto in francese), una sua lettera, la seconda che lèsse Aloise, nella quale era minutamente narrata quella che la giovine marchesa Torre Vivaldi chiamava la sua prima comparsa di donna in quella società genovese, dalla quale aveva ad essere acclamata regina per diritto di conquista.

«Il tuo silenzio mi punisce troppo gravemente del non averti io scritto da un pezzo. Non mi tenere il broncio, te ne prego, e pensa che la tua Ginevra ha passato due mesi orrendi, per occupazioni, molestie, seccature senza fine.

«Ho avuto uno sbalordimento così grande, e soprattutto così lungo, che n'ho ancora le orecchie intronate. Ho finalmente capito come si possa affogare in un bicchier d'acqua. Genova è un bicchier d'acqua al paragone di Parigi; ora la tua povera amica, che ha galleggiato passabilmente, tra bene e male, a Parigi, ha fatto naufragio a Genova. Costì, grazie alla tua cortese sollecitudine, tutto mi procedeva ordinato e tranquillo; le nostre cure quotidiane, i nostri passatempi, erano meditati, scelti da noi, condotti secondo la nostra volontà. Qui nulla di ciò, tutto in balìa del caso, o della volontà degli altri, il che è tutt'uno; qui gite su gite, supplizi di costa a supplizi; qui visite da fare e visite da rendere; parenti stretti e lontani, che si vedono la prima volta; nessun amico, e conoscenti a dozzine, un subisso d'uomini che vengono ad ossequiarti, di dame che vengono a riconoscerti; e dover essere sempre affabile, cortese, sorridente, avere un pensiero, uno sguardo, una parola per tutti; che te ne pare? Nè basta ancora; alle cure, alle brighe, alle noie d'una città che ti vien nuova, o quasi, aggiungi il governo d'una casa, nuova del pari, alla quale tu devi avvezzarti, nella quale hai da far leggi e costumi, e durar fatica a raccapezzarti, a fare, come suol dirsi, il tuo nido; aggiungi le necessità dell'acconciatura, del pensare alla sarta, alla modista, a tutte insomma queste indispensabili aiutanti della bellezza (vorrei dirla assente, nel caso mio, ma tu, mia bellissima, mi accuseresti d'ipocrisia), e poi pensa a scrivere, se ti dà l'animo; trova un ritaglio di tempo, se ti vien fatto!

«E così, come io t'ho detto, giungo all'ora del pranzo, stanca, infastidita, prostrata. E il supplizio non è anche finito: s'ha da andare a teatro, o c'è conversazione. Qui si va molto a teatro, e tutte le sere nello stesso; e dove quasi tutte le nostre famiglie patrizie hanno il loro palchetto, dove tutti i nostri eleganti si dànno la posta, e dove finalmente si può andare senza trovarsi in troppo cattiva compagnia. Ma ogni diritto ha il suo rovescio; e qui le noie della giornata ti seguono. Se hai molti conoscenti (e il numero di giorno in giorno s'accresce) è necessario che ogni sera essi vengano a darsi la muta al tuo fianco, per dirti e chiederti tutti quanti la medesima cosa. Questa è prammatica, e non si muta. La signora A non potrebbe perdonare al signor B, che egli andasse nel palchetto della signora C senza passare anche nel suo; e quando egli c'è stato, ha ancora a passare dalle signore D, E, F, G, e via discorrendo da tutte le lettere dell'alfabeto, s'egli ha l'onore di averle in pratica. Chi ha fatto questa legge? I cavalieri, o le dame? Questo si perde nella notte dei tempi, come diceva la nostra maestra di storia. Intanto la legge c'è, e il mio signor marito suol dire che bisogna rispettare le leggi.

«A proposito di teatro, sai? la tua amica ci ha avuto gli onori del trionfo alla sua prima comparsa. A te che vuoi sapere ogni cosa, dirò di passata ch'ella era azzimata per bene, tutta in azzurro, coi capegli pettinati alla foggia greca, e sormontati da una luna falcata che la rassomigliava a Diana. Consenti un tantino di vanità alla dea; ella non era scontenta della sarta, nè del parrucchiere, nè di sè stessa. Giunta a mala pena in teatro, da ogni parte, gli occhi si volsero a lei, e alle sue orecchie giunse quel sussurro che è segno d'ammirazione, e a noi, povere mortali, è più grato che non l'incenso agli Dei.

«Il nostro palchetto è in prima fila, dei più lontani dalla scena, ottimo per vedere, e più ancora per essere veduti. Figurati dunque come fosse facile guardare la tua amica da ogni punto del teatro, e come tutti i cannocchiali fossero in moto. Questo era preveduto; alcune nostre dame, nelle loro visite del mattino, le avevano bisbigliato così a fior di labbra, tra il complimento e la stizza, ch'ella era aspettata. Aspettata, sì certo, e assai più ch'esse non argomentassero nel dirlo. Il piano e le alture circostanti avevano l'aria d'un parco d'artiglieria; tutti gli occhi e gli occhialini erano rivolti su lei; fulminata da cinque ordini di batterie, fulminata dagli scanni, fulminata dalle panche, fulminata dal rimanente dell'emiciclo.