«Fuori di celia, pare che tutti quei signori non la trovassero brutta, e si degnassero di mostrare il loro gradimento. Dovunque ella volgesse lo sguardo, incontrava sguardi fissi su lei; e questo cominciò ad infastidirla non poco. Vedendosi, o, per dir meglio, sentendosi guardata in tal guisa, ella non sapeva più da qual banda voltarsi; il suo collo, gli omeri e le braccia nude arrossivano. Immagina la sua confusione, quale e quanta doveva essere, la prima volta che si vedeva in mostra a quel modo. Metter soverchia attenzione allo spettacolo, era forse disdicevole; starsene troppo colla persona rivolta nell'interno del palchetto, le pareva scortese; insomma, ella era sulle spine, e potè dire in cuor suo, come quel re da tragedia: oh, quanto pesa la gloria!

«Tu ridi? Dovevi essere al mio posto, e ti sarebbe accaduto peggio, bellissima tra le belle! Che ti dirò adesso? La tua buona amica avrebbe voluto trovare un punto, un punto solo di quell'ampio recinto, su cui poter posare gli sguardi. Presso a lei c'era conversazione animata tra suo marito e tre signori venuti a farle visita. Sai che Antoniotto parla bene, e, come tutti coloro che parlano bene, non è avaro della sua eloquenza. I tre visitatori erano tutti nella discussione; io non avevo niente da fare, e volgevo gli occhi qua e là, con aria che voleva parere sbadata. Ed ecco che mentre guardavo a quel modo (tu vedi che ho finalmente abbandonata la terza persona del singolare) m'addiedi in una testa, tra le cento che vedevo lì presso tutte rivolte al mio palchetto, la quale era in quella vece rivolta alla scena. Ti confesserò candidamente che la cosa mi parve singolare, tanto più che si trattava d'un signore, il quale era in un crocchio dei più noti eleganti del nostro patriziato, e che i suoi compagni, parlando a lui senza togliere gli sguardi dal palchetto, parevano invitarlo a volgersi indietro e guardare, com'essi facevano, la tua povera amica.

«La curiosità è un nostro peccato; confessiamolo pure, poichè siamo tra noi, __en petit, tout petit comité__. Ora alla tua amica venne il desiderio di stare a vedere se il signorino avrebbe ceduto all'invito dei compagni. Alzai il cannocchiale in atto di guardare la scena; ma gli occhi, di soppiatto, guardavano il cavaliere restio. Si volterà o non si volterà? Ecco, si volta. No, m'ero ingannata; infastidito dalle istanze dei compagni, il signorino aveva fatto un gesto; ma quel gesto (inorridisci!) era stato di crollar le spalle, come chi volesse dire: guardate voi altri, se vi garba; io non mi muovo.

«Ecco un uomo! dissi tra me. E per tutta la sera, di tanto in tanto, i miei occhi corsero a lui. Egli era sempre fermo al suo posto. Lo vidi qualche volta di profilo, mentre si voltava a ragionare cogli amici; ma non ci fu verso che si volgesse indietro una volta. Ecco un uomo che non somiglia agli altri! Questi signori, giovani e maturi, si argomentano tutti di espugnarci coll'assiduità delle occhiate; credono di avere nelle pupille quelle lenti ustorie che Archimede inventò per incenerire le navi romane nel porto di Siracusa. Ma egli, no; egli non crede, perchè una donna è giovane, e non brutta, di doversi mettere a darle la molestia delle sue adorazioni. Meno male!

«Quella sera me ne andai da teatro un pochettino umiliata nel mio orgoglio femminile; a mio malgrado, e proprio in quella prima occasione che mi s'era offerta di veder gli uomini in tutta la loro vanagloriosa pochezza, ero costretta a stimarne uno.

«Ti vo raccontando delle sciocchezze; ma non ho proprio nulla di più rilevante. Del resto, il caso m'è sembrato così strano, che ho voluto accennartelo, anche per farti sapere che il trionfo della tua amica è stato completo. Sai quello che ci raccontavano in collegio dei trionfatori romani, che avevano sempre dietro al loro cocchio uno della plebe, il quale diceva loro ingiurie senza fine, come per rammentar loro che erano mortali, e fallibili. Per noi donne sarebbe troppo; i nostri trionfi sono in quella vece temperati dalla noncuranza di qualcheduno che sta nella folla. Il non esser curate da uno, mentre tutti ci ossequiano, non è forse la massima delle ingiurie? Quegli occhi rivolti altrove, quel crollar disdegnoso di spalle, non dicono apertamente alla trionfatrice: «io non la penso come la moltitudine che vi acclama; vi gridino tutti bellissima, ma voi non siete tale per me?»

«Sarà innamorato, dissi tra me, pensando a quella noncuranza, a quella ribellione. Ma come? Egli solo tra tanti? O non è vero piuttosto che i signori uomini non si fanno scrupolo di ammirare tutte le donne, anche quando dicono di amarne una sola, e di chiedere a tutte un ricambio di sguardi? Non sono essi maestri in quella civetteria che il mondo ingiusto ascrive a noi donne? Comunque sia, innamorato, o no, egli è un uomo dissimile dagli altri; dunque migliore degli altri.

«E infatti, non m'ero ingannata. L'ho veduto altre volte in teatro, sempre contegnoso, sempre severo. Egli è di buon lignaggio e novera tra' suoi antenati dogi e senatori della vecchia repubblica. Non è ricco, ma è l'unico erede di suo nonno, i cui milioni potranno indorargli a nuovo il blasone. Ho saputo queste cose dal mio gran ciambellano. Imperocchè tu devi sapere che sono regina e che ho un ciambellano, il De Salvi, un vecchio asciutto e giallo come una pergamena, il quale mi fa la corte a suo modo, venendo ogni giorno da me, per raccontarmi tutte le novelle e le voci che corrono, e s'argomenta d'aiutarmi a fare gli onori di casa mia. È un bell'originale, costui; ha sessant'anni suonati, e passa la sua vita intorno alle dame, aliando da questa a quella, e dandosi aria di farfalla, essendo, a fargli grazia, un moscone. Ma il suo ronzìo non m'incresce; io vedo in lui come finiscono tutti questi pavoni, che in gioventù fanno superbamente la ruota dinanzi alle belle; mi adatto ad ascoltarlo, quando mi schicchera i suoi gravi consigli, ed ho in lui un'eco fedele di tutto quanto accade in città.

«Lo adopero insomma come un giornale, di cui si legge sbadatamente, quando non si salta addirittura, la prima pagina e la seconda, per correr cogli occhi alla cronaca, all'ultime notizie e agli avvisi teatrali.

«Povero De Salvi! Se sapesse come lo concio, romperebbe i suoi occhiali d'oro sulla soglia di casa mia, in atto di maledizione. Egli è in fondo in fondo un buon diavolo; si crede, e fino ad un certo segno è necessario. Gli uomini come lui sono indispensabili ne' nostri ritrovi; sono essi, così in apparenza noiosi, che tengono viva una conversazione, la quale, senza costoro, o andrebbe troppo nel tenero, o languirebbe affatto; sono essi, questi Alcibiadi giubilati, che noi tiriamo gravemente in disparte, per dar loro un ridicolo incarico, per ragionar di cose da nulla, con molta loro allegrezza, e dannazione degli Alcibiadi in attività di servizio, di speranze e di pretensioni; sono essi….