—Signor duca,—diss'egli lentamente, quasi volesse scolpire le sue parole nella mente del vecchio,—questo mi fa tornare al principio del nostro dialogo. Se voi non giungevate in mio soccorso ier l'altro, io sarei morto infamato, e, sebbene senza mia colpa, come vi è noto, una brutta macchia sarebbe rimasta sul mio nome, sull'unica parte di me che dovrà soppravvivermi. Mercè vostra, io posso morire tranquillo, portare con me il mio onore nella tomba. È un ottimo guanciale,—aggiunse Aloise con funebre arguzia,—e franca la spesa di ringraziare chi ce l'ha offerto, in quella che noi eravamo sul punto di perderlo. Vedete che io vi son grato; vedete che io intendo il pregio di ciò che avete fatto per me. Ora, perchè mi vietereste voi il riposo che la mia stanca anima invoca? Perchè, dopo essermi stato cortese, mi vi fareste nemico? Chi siete voi? Qual diritto avete di porvi in tal guisa come un ostacolo, tra me e il mio destino? Qual vincolo ci unisce, perchè vogliate morire con me?

—Un vincolo, sì, l'avete detto;—rispose il duca con accento solenne,—un vincolo sacro; vostra madre!—

Vostra madre! All'urto improvviso, che tale poteva dirsi veramente la frase del duca, Aloise si scosse, diè un passo indietro, e un fremito gli corse per le vene. Il viso attonito, lo sguardo perplesso, quasi sgomentito, che volse in quel punto al vecchio gentiluomo, lasciavano indovinare che un abisso di fosche immagini, di pensieri informi, di arcane paure, s'era schiuso nella sua mente. Ma fu un lampo; Aloise si padroneggiò, risospinse nel nulla tutte le larve che quella frase aveva tratte dal nulla, e con voce tremante per commozione, ma altiera, saettò con queste parole il duca di Feira:

—Signore, io sono il figlio di Alessandro di
Montalto.—

Il vecchio fu colpito a sua volta, e più fieramente che non credesse Aloise. Quante amarissime ricordanze ridestava, quante acerbe trafitture gli rinnovava in petto quel nome! Stette saldo tuttavia, e rispose con uno sguardo soave a colui che lo aveva percosso.

—Sì, figliuol suo!—si fece egli a dir poscia.—Voi potete portare altieramente il suo nome, e ricordar vostra madre come la più pura, la più santa delle creature che siano al mondo vissute. Vostra madre, Aloise,—e qui la voce del vecchio si fece tutta tremante,—vostra madre fu cosa di cielo venuta in terra perchè gli uomini non dicessero la virtù un nome vano; vostra madre…. Ma venite, Aloise; qui non è luogo da ragionare di lei. Là, in quelle stanze dove ella ha udito i vostri primi vagiti, dov'ella ha vegliato su voi, bambino innocente, ignaro degli alti dolori della vita, dov'ella ha passato i suoi ultimi anni, dov'ella è morta benedicendovi, là, in quel santo luogo dove io non potrei mentire, se pure volessi, vi parlerò di lei, vi dirò chi io sia, perchè venuto a gettarmi tra voi e la morte, a dirvi: vivete, Aloise, vivete per me!—

Le lagrime brillavano sugli occhi, tremavano nella voce del duca di Feira. Aloise si lasciò pigliare per mano, e trasognato, commosso, smarrito, lo seguì verso l'uscio.

Varcarono silenziosi il salotto e la vasta anticamera, in capo alla quale, di rimpetto al quartierino d'Aloise, erano le stanze di sua madre. L'uscio era aperto, e si scorgeva lume per entro. La mano di Antonio si ravvisava colà; ma il giovine, confuso come era, non pose mente a ciò. Egli non aveva coscienza di nulla: seguiva il duca di Feira colla istintiva cura d'un fanciullo che muove i piccoli passi sull'orme di chi lo conduce.

Giunse per tal modo nel pensatoio di sua madre, e si affacciò sulla soglia della camera da letto, che era rischiarata dal fioco lume d'una lampada notturna, come se la marchesa fosse stata colà, dormente sotto il suo padiglione di damasco violetto. Il duca di Feira, che lo precedeva, come fu in mezzo alla camera, barcollò a guisa d'uomo che abbia toccata una ferita improvvisa; ma, innanzi che Aloise accorresse a sorreggerlo, come difatti colle braccia tese accennava di voler fare, raccolto quel tanto di forza che ancora gli rimaneva, giunse fino alla sponda del letto, dove cadde ginocchioni, e diede in uno scoppio di pianto.

Aloise stette tacito, ma profondamente commosso a guardarlo. Sua madre era un angelo; e quell'antico, inginocchiato, piangente, adorava sua madre. In quella vivente immagine dell'amore che vince la morte, era alcun che di così santo, di così schiettamente sublime, che il figlio di Alessandro Montalto, il superbo Aloise, sentì sciogliersi il gelo del cuore, e corrergli mutato in ardenti lagrime alle ciglia. Ma il piangere gli parve poco, al cospetto di un così alto dolore; però avvicinatosi al duca, gli pose affettuosamente le braccia al collo, e col più tenero accento che mai figlio adoprasse per parlare a un padre, gli disse: