—Ah!—interruppe il giovane.—Ben ravviso la mia santa madre, memore del vostro sacrifizio, certa di avere in voi un amico.

—Sì;—disse sospirando il duca di Feira,—e quella lettera che mi fu tanto dolorosa, mi ricompensò pur largamente di tante amarezze patite. Ma uditemi. Dopo avere aspettato senza frutto una lettera del lontano amico e, ingiustamente accusandolo, avevo rifatta la strada e valicate di bel nuovo le Ande, ero andato a imbarcarmi per l'Australia. Rimasi assai poco laggiù; visitai la Cina, ricorsi l'India, viaggiai, senza quasi far sosta, la Persia e l'Asia Minore, donde scesi in Egitto. Un'aspra cura mi stimolava; volevo andare, volevo esser più vicino che mi venisse fatto alle regioni vietate dov'ella era. Di là il mio Sindi partì un'altra volta, già indovinate per dove. Avevo sei mesi da attendere; li passai nell'interno dell'Africa, risalendo verso le fonti inesplorate del Nilo, ridiscendendo in Egitto, viaggiando alle rovine di Cartagine, sempre con quell'acerbo dubbio nell'anima, inquieto, iracondo, fastidioso a me stesso. Sindi tornò finalmente. Egli non aveva trovato lettere per Cosimo Donati, ma bensì pel duca di Feira. Il solo aspetto di quella lettera, la cui soprascritta recava i fini caratteri di una mano di donna, mi turbò fortemente. Era sua, la prima ch'io ricevessi da lei. Come aveva ella saputo il mio nome? Eccovi quella lettera; essa da quel giorno ha sempre posato sul mio cuore; è essa che mi ha tenuto vivo fin qui.—

Così dicendo, il vecchio gentiluomo porse ad Aloise un foglio che aveva tolto dal seno. Il giovine lo afferrò sollecito, lo aperse con mano tremante, lo baciò divotamente e lesse:

«13 novembre, 1853.

«Vivete voi, Cosimo? Io mi sento morire. Appena questa lettera vi giunga (e ne ho certezza, poichè Dio vorrà appagare il voto d'una madre) venite a Genova, chiedete della vedova di Alessandro Montalto. Vi diranno che è morta e sepolta nel suo castello, lontano dalla città, dai congiunti, dal consorzio in cui ella ha vissuto. Antonio, un vecchio gastaldo, l'unico servitore del quale io possa fidarmi, vi consegnerà alcune carte che io non ardisco distruggere. In esse è la mia vita di questi ultimi anni, scritta giorno per giorno, ora per ora: esse vi parleranno di una donna che ebbe la triste ventura di esservi cara un giorno e di costarvi immeritati dolori; vi diranno quali fossero i suoi pensieri, com'ella amasse la sua casa e suo figlio.

«Lo amerete voi, il mio Aloise? Il cuore, che non inganna, mi dice di sì. Ricusaste di vederlo bambino, e fu una gran pena per me. Speravo quel giorno che l'aspetto della madre cancellasse nell'animo vostro l'aspetto della fanciulla, e che voi poteste uscire come un amico dalla mia casa. Non intenderete forse mai più quanto mi accorasse il vostro rifiuto, e quale io vi giudicassi in quel punto. Vi ho meglio conosciuto poi, e amando il padre di mio figlio, ho potuto stimar voi, lasciarvi, senza offesa per lui, un posto onorato nelle mie ricordanze. Sia caso, o pietoso disegno del cielo, ho potuto molti anni più tardi ravvisar Cosimo Donati sotto il nome del duca di Feira, seguire da lontano il famoso uomo di Stato, l'audace viaggiatore d'inesplorate regioni, il liberale dispensatore di benefizi, e vedere ed intendere come si vendicasse nobilmente della fortuna. E non avete data la vostra mano ad una donna; nessuno del vostro sangue erediterà il vostro gran nome! Fu male, assai male; io m'aspettavo ben altro da voi. Ma così avete voluto, e sia; la vedova di Alessandro Montalto può perdonarvelo; la madre d'Aloise può esserne quasi lieta, oggi ch'ella sta per morire, lasciando suo figlio solo, in balìa di sè stesso.

«Il mio Aloise, quanto è bello, altrettanto è savio e costumato, e così d'alto sentire, da parere financo orgoglioso; che non è, ve lo giuro. Per la sua anima, nobilmente temprata, io dunque non temo, bensì pel suo cuore, che è debole, non preparato alle battaglie della vita. Che ciò non gli torni a sciagura! La mia mente è piena di tristi presagi. Tornate, Cosimo; udite la voce d'una morente; accorrete, fate sì che il mio spirito, nel dipartirsi da questa terra, vi possa scorgere pietosamente inteso al ritorno….»

Qui Aloise si fermò; che gli si annebbiarono gli occhi; ripose lo scritto prezioso tra le mani del duca, e gridò tra i singhiozzi:—mia madre! mia povera madre!—

Il duca di Feira non si provò a confortarlo, non disse parola; anch'egli era commosso, e due grosse lagrime gli rigavano le guance.

—Questa lettera giunse troppo tardi al ricapito;—proseguì egli, dopo alcuni istanti di pausa;—si era smarrita, non so come, e pervenne a Rio Janeiro quando io ero già partito d'America. L'ebbi, in quel modo che v'ho detto, due anni dopo; ma l'avessi pur ricevuta a tempo, io non avrei più veduta vostra madre vivente. Ella aveva con arcana previsione noverato i suoi giorni.