—Sì, lo ricordo;—soggiunse Aloise.—Otto giorni innanzi che ella morisse, i medici avevano notato un miglioramento. Fu il miglioramento della morte. Ella se ne giovò per scendere dal letto, e passò due ore a scrivere; indi, poichè la giornata era tiepidissima come di primo autunno, uscì a respirare un po' d'aria sana in giardino. Io ed Antonio le eravamo a' fianchi per aiutarla a scender le scale. Ma ella, come fu al pian terreno, si sciolse dolcemente da noi, e volle da sola innoltrarsi all'aperto.—«Non temete, diceva sorridendo, io sono forte oggi, posso correre un tratto da me…. potrei anche volare». Ella aveva veduto in quel punto passar roteando dinanzi a' suoi occhi una famiglia di rondini, tarde ospiti della Montalda, che ancora non avevano saputo risolversi a mutare di clima.—«Poverine! continuò; voleranno anche esse a dilungo, valicheranno i mari tra poco, in cerca d'un cielo più clemente del nostro». Io stavo silenzioso a guardarla. Era bianca in volto, disfatta, quasi diafana, e in quel punto mi parve davvero che ella avesse a sollevarsi da terra e librarsi a volo, come gli angioli, di cui possedeva la bellezza delicata e soave. Si avvide che la guardavo malinconicamente, e un lieve color di rosa le tinse le guance.—«Qui, Aloise; disse ella; siedi daccanto a me; guarda l'orizzonte, come è bello, fiammante di vivi colori! È lo spettacolo più grato, più attraente che io mi conosca. Io l'ho sempre contemplato con piacere ineffabile, anche da bambina, quel velo misterioso, tutto soavi splendori, tutto arcane promesse, che ci nasconde, lasciandole indovinare, le terre lontane, e, dovunque noi siamo, ci mostra esser noi abbracciati dal cielo.»

—Oh, come io la ravviso!—gridò Cosimo in un impeto di adorazione che lo trasfigurò agli occhi del giovine.—Come ella si mostra a me nelle vostre parole, qual era fanciulla, quale rimase mai sempre, quale la dipingono alla mia mente le pagine ch'ella mi ha lasciate a testimonianza de' suoi pensamenti! Voi leggerete il suo diario, Aloise, e vedrete specchiarsi in esso, come sereno di cielo in un terso cristallo, la sua anima pura. In quelle pagine non si parla d'altro che di voi; ogni giorno ella si dava pensiero del suo diletto Aloise, del quale ella voleva fare un uomo superiore a' suoi simili, utile alla sua patria, degno in tutto del suo nome, e della impresa gentilizia della sua casa. __Altius!__ Non lo ricordate voi il motto, Aloise? Non udrete voi la voce di lei, che vi dice di salire, di salir sempre più in alto, e non prostrarvi a mezzo il cammino? Non darete a me, povero pellegrino, diseredato di tutte le gioie umane, il conforto di avere ottenuto ciò che ella aspettava da me?

—Oh padre mio!—proruppe soggiogato Aloise. E s'abbandonò sul petto di lui, che lo strinse amorosamente tra le sue braccia.

—Vivrete, non è egli vero? vivrete per lei?

—E per voi!—; gridò! il giovine, con accento di tenerezza sublime.

L'alba, che imbiancava allora le vette dei monti vide quei due generosi abbracciati. E li vide ed esultò un'anima innamorata, che per essi dimenticava il suo cielo.

XXXIV.

Post nubila Phoebus.

E adesso i lettori benevoli, che siamo dolenti di non aver più a trattenere se non per pochi capitoli, ci usino la cortesia profumata di chiuder gli occhi, affinchè noi, mal destri giuocatori di mano, facciamo sparire un sei settimane, e presentiamo loro un fatto compiuto, che, piaccia o non piaccia, dovranno pur riconoscere.

Ci torna a mente che quando eravamo bambini, una vecchia fante, la quale era stata in sua giovinezza ai servigi d'un papa (ma intendiamoci, d'un papa prigioniero, il quale non aveva potestà di scegliere i suoi servitori secondo i sacri cànoni), ci raccontava certe sue favole di principi e principesse che, dopo grandi travagli, incantesimi di maghi gelosi ed altri consimili diavolerie, finivano sempre col diventar marito e moglie, come la nostra santa madre Chiesa comanda; di guisa che, dopo essere andati i fatti loro per un pezzo alla peggio, tutto volgeva a bene, perfino le salse del cuoco, il quale ammanniva un pranzo grande e grosso ai felici amanti e ai felicissimi cortigiani. E noi, scimuniti, sempre a chiedere come fosse questo pranzo di nozze. Ma qui ci voleva, la buona Paolina Monetti, per darci sempre la medesima baia. Ella era stata invitata alle nozze, ma sotto la tavola, s'intende, che non era persona da impancarsi in quella fiorita compagnia. E di là sotto, la poverina andava tirando il lembo della gonna alla principessa, perchè si ricordasse di lei e le facesse la limosina di qualche buon boccone. Ma la fortuna fa gli uomini insolenti; ora la principessa, dimenticando i sofferti travagli, s'era fatta una superbiona, ma di quelle! e gran mercè, se, tolto un osso spolpato dal piatto, lo buttava, insieme con un colpettino del suo piede, alla povera affamata. La qual cosa a noi non piaceva nè punto nè poco, tanto più che non avevamo ancora in que' tempi acquistato quel sesto senso, che ora ci fa piacere un bel piede, ancorchè irrequieto, e un pochettino dispettoso.