Signore, non vi sgomentate, che non si fa un corso di estetica. Volevamo, con questo accenno d'infanzia, significarvi che abbiamo a nostre spese imparato a non mettere il naso ne' banchetti di nozze, e che, da uditori diventati narratori, vi facciamo grazia del convito finale. Già, nel caso presente, non se n'è neppur fatto; e se un pranzo ci è stato, diciamo che fu otto settimane dopo gli avvenimenti narrati; ma non pranzo di nozze, quantunque gli sposi ci fossero. Infatti non si trattava d'altro che del duca di Feira, il quale, alla vigilia di partire per un lungo viaggio col suo giovine amico Aloise, voleva pigliar commiato dalle poche persone a cui s'era avvicinato, con cui, o per cui, s'era adoperato, così felicemente come tutti sanno, nella sua breve dimora in Genova.

Si potrebbe dunque chiamare un pranzo di addio, uno di que' pranzi che noi daremo di certo ai nostri benevoli, quando saremo trenta o quaranta volta milionarii come il duca di Feira, o in quel torno, e potremo cantare il __nunc dimittis__ all'ingrata arte del novelliere. Non potendo finora offrirlo del nostro alla cortese brigata, neppure la faremo assistere a quello del duca. Solo diremo che fu splendido, e che gli onori di casa eran fatti da una bellissima sposa, con quella grazia eletta, con quella squisitezza di modi, che in lei potevano dirsi natura.

Maria Salvani era bella, e tanto più bella appariva in quanto che aveva patito, e i patimenti avevano conferito più soavità alle sue fattezze, più efficacia allo sguardo. Maria non era più la giovinetta paurosa ed ignara; in lei si mostrava la donna educata alla severa scuola del dolore; la donna colla sua bellezza riposata ed altera, co' suoi grandi occhi sereni ad un tempo e pensosi, specchio fedele alla maturità del pensiero. Non dissimilmente il mare, dov'è più profondo e più vigilato da rupi scoscese, apparisce, sotto i raggi di un bel sole d'estate, più azzurro insieme e più limpido.

Gli affanni della gentil creatura, erano cessati; Lorenzo era salvo; Lorenzo l'amava; Lorenzo era suo; che più? Sua madre s'era intenerita, era ridiventata sua madre. Ed ella era felice, tutta compresa della gioia profonda e tranquilla di chi è scampato da un alto pericolo e nel pensiero della insperata salvezza si conforta delle angosce durate.

La marchesa di Priamar, grave ma sfavillante anch'essa di tenera gioia, era presso di lei, in apparenza di protettrice e di amica; perchè Maria, felice d'aver ricuperata la madre, non avrebbe voluto per cosa alcuna al mondo far vergognare, arrossire la donna. Il segreto era noto a Lorenzo come al duca di Feira, e bastava; lo avevano trapelato Aloise, l'Assereto e il Giuliani: ma essi, da quei compìti cavalieri che erano, fingevano di non saper nulla; il Pietrasanta e il dottor Mattei lo ignoravano affatto.

Così, senza volerlo, abbiamo passati in rassegna i commensali del duca. Era, come si vede, un'assai ristretta brigata. Le più ristrette, ogni persona di garbo può farne testimonianza, sono anche le più liete. Eppure, quello non era stato un gaio banchetto; il pensiero della vicina partenza di Aloise e del duca di Feira, non era tale per verità da sciogliere in serena allegrezza l'amichevole confidenza dell'ora.

Il nostro Aloise, pallido anzi che no e smunto a guisa di chi esca di malattia, era composto dei modi, affabile nei discorsi, quale i lettori l'hanno veduto nella cavalcata di Pegli; ma bene era agevole ad un conoscitore d'affetti lo scorgere che un'arcana cura gli siedeva nell'animo. Più avvezzo a padroneggiarsi, il duca di Feira, se non si mostrava ilare (che tale non era mai stato in sua vita) appariva disinvolto, bello di quella schietta cortesia signorile, che sa, dissimulando lo sforzo, sacrificare agli ospiti ogni interna afflizione, ogni più grave molestia. Più giovine, e meno esercitato all'affanno, Aloise si lasciava a volte andar giù dello spirito; ma bastava che il suo sguardo incontrasse quello del duca, perchè egli si rimettesse tosto; e allora a sentirlo! Ma la sua loquacità irrequieta, il suo riso stentato, non persuadevano il vecchio gentiluomo, nè Lorenzo Salvani, nè Enrico Pietrasanta, che meglio l'avevano in pratica.

Più lieto a gran pezza era il tinello, mezz'ora dopo levate le mense padronali. Colà, non pure allegria, c'era baldoria a dirittura. La gente del duca aveva convitato anch'essa due sposi novelli, non già novellini, intendiamoci; che erano, s'indovina, il nostro Michele Garaventa, e quella badalona della signora Marianna.

Michele, a dir vero, non era più un servitore. Il legionario di Montevideo, il veterano di Roma, viveva, come suol dirsi, d'entrata. Un certo poderetto, che i nostri lettori conoscono, là nei pressi della Montalda, a un trar di schioppo dall'alture della Bricca, era stato assegnato in dote dal Feira alla governante del padre Bonaventura. Quella aveva ad essere la capanna di Filemone e di Bauci; da quei vigneti a solatìo, da quei seminati, da quei castagneti, avevano i due felici da cavare il vivere senza molta fatica, poichè c'era luogo per due famiglie di coloni. Michele, come tutti gli omini trabalzati a lungo qua e là dalle vicende della vita, aveva sempre vagheggiato nei suoi sogni un èremo come quello, ornato di buon letto, di buona tavola e di buona cantina. Iddio misericordioso aveva finalmente esaudito i suoi voti.

I signori erano già da un pezzo raccolti a conversare sotto un elegante loggiato, e i nostri più umili commensali erano ancora e accennavano di voler stare a lungo sul gotto. Michele, che non aveva più segreti da custodire, aveva fatta e suggellata la pace coll'inimico, e ben lo dimostravano i suoi occhi lustri, e il suo naso fiammeggiante più del consueto. A fargli perder le staffe aveva anche contribuito non poco una calda discussione con Sindi. Figuratevi; Michele voleva fare il saputo, parlare de' suoi viaggi, delle sue guerre, delle costumanze dei __gauchos__, della selvaggia bellezza delle __Pampas__; e Sindi, un Indiano di Bènares, conosceva più America di lui, di lui Michele Garaventa, di lui legionario di Montevideo, avanzo di Rio Grande e della __tapèra__ di Don Venanzio!