Come se ciò non bastasse. Sindi voleva far l'uomo anche in materia di lingua, e riprenderlo, lui Michele Garaventa, quando diceva che le Cordigliere delle Ande erano state testimoni di grandi __catechismi__, e che da Montevideo a Buenos Aires correvano di molte miglia __quadrate__. Scontento dell'America, e udito che il suo contradittore non era mai stato a Roma, Michele si pigliò una satolla dell'eterna città, che egli conosceva a menadito; parlò a suo bell'agio del Foro antico, che doveva al certo essere stato turato, poichè non si vedeva più; di San Giovanni __Luterano__, delle __Ecatombe__, dove si radunavano i primi Cristiani, e del __Circolo__, a cui s'era tolto il nome, poichè in parte era diroccato, e il popolo usava in quella vece chiamarlo __Colosseo__, forse perchè molti, nei tempi andati, ci s'erano fiaccato l'osso del collo.
Così preso l'aire, il buon Michele veniva ciaramellando allegramente da un pezzo, tra le risate dei commensali, allorquando uno di essi, che già da un'ora era tornato alle cure del suo uffizio, venne a dirgli che la sua presenza era desiderata da Sua Eccellenza il duca di Feira. Lui nel salotto? Lui dal duca e dai suoi nobilissimi ospiti? La cosa gli parve strana, inaudita, impossibile, e fu mestieri che il collega gliela ripetesse coll'aria più grave del mondo, perchè egli non l'avesse in conto d'una celia.
Ecco ora il come e il perchè di quella chiamata, che faceva tanto senso a Michele. Erano già suonate le nove di sera, e la marchesa Lilla accennava di volersi ridurre a casa per le dieci. Però il duca di Feira invitò cortesemente i suoi ospiti a passare dal loggiato nel salotto, ove li attendevano i rinfreschi d'uso. E colà il nostro Giuliani, che aveva il suo Foscolo in mente, volle propinare al buon viaggio del duca e di Aloise, invocando loro propizi i genii del ritorno. In quel suo brindisi l'allegro giovinotto aveva anche destramente accennato come tutti i convenuti fossero stretti da un vincolo che egli chiamò di parentela morale.—Qual Nume, diceva il Giuliani, qual Nume ci raccostò, ci trasse l'un verso l'altro, perchè avessimo a darci la mano? Qual ragione, per dirla più umanamente, condusse noi, venuti da tante parti diverse, tolti da così diversi ordini di cose e di pensieri, a far manipolo, a chiamarci col santo nome d'amici? La ragion della guerra. Il posto del soldato è là dove romba il cannone. Noi tutti abbiamo udito l'appello, siamo accorsi, e __viribus unitis, agmine facto__, anzi __testudine densa__, ci siamo precipitati all'assalto. Abbiamo combattuta, non fo per dire, un'aspra battaglia, contro un nemico ben munito e coperto. È lecito vantarsi un tantino, la sera della vittoria. Perchè tale è stata la nostra, la Dio mercè, mercè l'assistenza delle donne e mercè il gran capitano, il duca di Feira, che oggi si accomiata da noi, portandoci via uno dei più strenui, de' più cari ufficiali dello stato maggiore. __Ho detto, ho detto, e adesso prendo fiato.__—
S'intende che per prender fiato il Giuliani vuotava il suo calice. L'oratore ebbe il plauso universale; i cavalieri lo acclamarono principe dell'eloquenza; le dame lo salutarono coi loro più amabili sorrisi.
—Grazie, signor Giuliani,—disse di rimando il duca, a cui s'erano rivolti gli occhi di tutti;—ma consentite che io propini in quella vece a voi, alla vostra ricchezza di partiti, alla efficacia dei vostri spedienti. Non siete voi che, insieme coi vostri amici, coi Templarii, come usate chiamarli, avete ordinato ogni cosa? Io ero giunto tardi per ingaggiare il combattimento; voi eravate già in campo, e a tutto avevate provveduto. Io non ho fatto altro che seguire il filo de' vostri disegni, mettendo a' vostri servigi la mia vecchia esperienza.
—Ed altro ancora, signor duca, ed altro ancora!
—Sia pure, ma mi è grato di poter mettere in chiaro che senza di voi non avrei fatto nulla, e non potremmo oggi trovarci raccolti in questa sala, stretti, come avete detto voi così veramente, da un vincolo di parentela morale.
—A questi patti, signor duca, noi dovremmo in quella vece fare un brindisi al servo di casa Salvani. È il buon Michele che s'è messo a sbaraglio per noi, che è penetrato sotto mentite spoglie nella piazza nemica, ha inchiodati i cannoni che traevano a scaglia su noi, e finalmente ci ha schiuse le porte. Modesto al pari dei veri eroi, egli ha compiuta senza sussiego la più grave bisogna. Chi ha fatto entrare una parola di conforto in monastero? Chi ha origliato i disegni dei tristi, dando per tal guisa il bandolo a voi, e il modo di sgominarli? Chi finalmente ha posto le mani… Ma che dirò io di più?—soggiunse, con bella e soprattutto accorta reticenza, il Giuliani.—Questi è Michele Garaventa, un povero servitore, che, fatta un'impresa degna d'Ulisse, o d'altro eroe dell'antichità, se n'è tornato modestamente nell'ombra, senza chiedere ricompensa delle sue prodezze, riportandone anzi una punizione. Perdonate, bella signora,—diss'egli, volgendosi a Maria Salvani,—io parlo sempre da scapolo impenitente.
—Ottimo Michele!—soggiunse Maria, poi che ebbe con un sorriso mostrato al Giuliani che intendeva l'allusione a quel castigo di Dio della signora Marianna.—Egli è stato, non già un servo, un fratello per noi.
—Queste parole egli deve udirle,—notò il duca di Feira,—e saranno la più bella ricompensa delle opere sue. Se voi lo permettete, gentili signore, lo faremo chiamare. Questo è fuori delle consuetudini, in verità; ma non ne siamo stati fuori un po' tutti, in questa guerra mal nata? Ed egli, poi, il valentuomo, per amore de' suoi padroni, non n'era uscito prima di noi, dalle sue? non s'era levato a tale altezza di sacrifizi, che non si può richieder da tutti?—