In questa guisa era stato chiamato Michele Garaventa al cospetto della gentile brigata. Il poveretto era confuso, fuori di sè; quando si vide in mezzo a quei signori, sentì mancarsi qualcosa di sotto, che ben non sapeva se fosse la terra, o le gambe. Accettò, senza profferire parola, il bicchiere che gli porgeva Maria, e bevve mutamente, istintivamente, come uomo che non avesse mai fatto altro in sua vita. Del resto, come a tutti è noto, egli sapeva farlo per bene. Ma allorquando egli udì che si beveva alla sua salute, che quella gran dama della Priamar aveva cortesemente alzato il bicchiere ad onor suo, che Sua Eccellenza si degnava di toccare con lui, che sguardi e parole amorevoli lo sfrombolavano d'ogni parte, fu un altro paio di maniche. Bisognava parlare, egli lo vedeva. Parlare! Ma che cosa avrebbe egli—detto? Le gambe gli facevano giacomo giacomo; gli zufolavano le orecchie; la lingua gli s'impacciava nella chiostra dei denti. Basta; Michele non era stato soldato per nulla; s'appigliò ad uno stratagemma di guerra; pensò che quando il generale Garibaldi passava dinanzi alle file, egli, Michele, soleva guardarlo in faccia, e interrogato rispondergli; che di fronte al nemico egli non aveva tremato mai, nè chiuso gli occhi davanti ad un pericolo. Dopo tutto, non mi mangeranno mica! diss'egli. E fatta questa filosofica considerazione, si sentì tornare il sangue nelle vene; guardò tutti in giro i convitati, e ripulitasi graziosamente la bocca col dosso della mano, uscì in questo discorso:

—Le Signorie Loro mi compatiranno. Io non ho pratica di galateo. La signorina…. cioè no, dico male, la signora Maria può far testimonianza che io sono sempre stato meglio all'accampamento…. Ma che diavolo dico? Ella non c'era mica a vedermi! Insomma, volevo dire che ella mi conosce sa che io sono uno zotico, un ignorantaccio….

—Siete un ottimo cuore, Michele!—interruppe sorridendo Maria
Salvani.

—Ah, non dico di no; ma la testa val poco. Già la testa, con licenza delle Signorie Loro, è sempre il peggio della bestia. In fondo, sono un buon diavolo; amo il figlio del mio povero colonnello, e venero la signorina Maria. Che diamine? La lingua non vuol mai piegarsi a dire signora. Ma che vogliono? l'ho veduta così piccina! Si figurino che la si metteva ritta sui miei piedi; ed io, tenendola per le mani, le servivo d'altalena. E ciò le faceva piacere, e ne faceva anche a me, malgrado i miei dolori __aromatici__, che ho buscati laggiù nell'America, e che non m'hanno ancora voluto lasciare. Ma ora, se piace a Dio, andrò in Acqui, a far la cura dei fanghi. I miei padroni non hanno più bisogno di me; sono contenti…. E anch'io, perbacco, sono contento come una vecchia granata messa a riposo, che ci ha il gusto di veder pulita la casa e di starsene a dormire in un angolo Ma chi me l'avesse mai detto, che tutti questi malanni sarebbero finiti così presto e così bene!… No, per tutti i diavoli, non l'avrei mai creduto. Il mondo è pieno di stranezze oggi in un mar di guai, domani all'__adige__ della contentezza Ecco lì…. Mi scusino della libertà! parlo come vien viene, alla dozzinale, da vecchio soldato che non sa d'arte __aratoria__. Io vedo starsene lì come pane e cacio due bravi signori che otto mesi fa li ho visti barattar stoccate da mettere i brividi. Il signor Assereto e il signor Pietrasanta ne sanno la parte loro, essi che erano della festa. Ci ha fatto caldo a San Nazaro, quel giorno, sebbene non ci fosse il sole! Ma finita la zuffa, tutti amici meglio di prima!

—Le mani dei galantuomini,—disse il Giuliani,—son fatte per stringersi, non già per farsi la guerra.

—Ben detto!—seguitò Michele.—E io, con licenza delle Signorie Loro, bevo alla salute di tutti i veri amici.

—Cominciando da Oreste e Pilade;—entrò a dire il Mattei.

—No, quelli là!—fu pronto Michele a rispondere.—Piuttosto, vede
Ella? berrei alla salute di Erode e Pilato.

—Perchè?

—Perchè quei due nomi, Oreste e…. l'altro, mi fanno ricordare d'una cattiva notte, che io mi son lasciato cavare i calcetti da un certo mascalzone, e poi n'è venuto un subbisso di malanni. Ho presa la mia rivincita, sta bene; per altro, non mi bastava ancora, e se quel tristo mi capitava sotto le unghie!… Ma la giustizia di Dio ci ha avuto più buone gambe di me. Il furfante è in gattabuia, e se non me lo schiaffano in galera, certo me lo spediscono, franco di porto, a rifare un po' meglio i suoi studi ad Oneglia.