Ha ragione il signor di Montalto con la sua triste sentenza? Sì, e no; è questione d'intenderci. Che cosa è il fato? Se davvero una forza prepotente, fuori e sopra di noi, conseguenza logica di atti sconsiderati, frutto amaro d'incaute passioni, potremmo dire di no; perchè agli atti nostri c'è qualche volta rimedio, e alle nostre passioni può sempre comandare lo spirito. Ma, d'altra parte, come fare a sceverar noi medesimi dalle cose, che premono d'ogni lato, confondendosi troppo spesso con noi? Come esser padroni di mutar l'indirizzo del vivere, quando il verso è preso, ed altre forze, soverchiando la volontà, ci travolgono? L'istesso Cosimo Donati, il nobilissimo duca di Feira, che ebbe la rara virtù di sopravvivere al suo dolore, facendosi della propria sventura una religione, una norma di vita, poteva dirsi libero in tutto dagli eventi? Diciamo dunque, temperando l'orgoglio della nostra filosofia, che in un certo punto, i casi nostri prendono un corso violento, su cui non ha più potere la nostra ragione; e il fato riacquista allora quei diritti, che il nostro libero arbitrio non ha fatto in tempo a contendergli.
Contro il fato di Aloise combatteva ad ogni modo il duca di Feira. A quanti atti, che parevano irrevocabili, non aveva gli rimediato? Ed anche al resto si sarebbe provveduto, che era certamente il meno, come quello che dipendeva soltanto da uno sforzo di volontà. Partire, a buon conto; levarsi di lì; condurre Aloise per tutte le vicende, per tutte le distrazioni forzate di un lungo viaggio! In quel muoversi irrequieto, variando sensazioni, soggiacendo a nuove necessità, portate lì per lì dalla diversità dei luoghi e dei costumi, non aveva egli, il povero Cosimo, ingannata la sua pena, trovate le ragioni del vivere? Perchè non le avrebbe trovate il suo Aloise, che finalmente non doveva serbarsi fedele a nessuna immagine celeste, a nessun sacro ricordo? Così fu impreso il viaggio, così fu continuato; capricciosamente, in apparenza, ma con accorta progressione di varietà, per tutte le capitali d'Europa, non isfuggendo neppur quelle dove Aloise era già stato, e dove anche aveva sofferto.
Muovere incontro ai dolorosi ricordi, col proposito di lasciarsi soverchiare da essi, è atto di poca prudenza, certamente; passarci accanto, irritandoli un poco, quasi mostrando di non temerli, è buona arte di guerra, specie di ricognizione offensiva in cui si provano le nostre forze, e si addestrano a più grosse giornate. Erano perciò andati a Parigi, ma proseguendo assai presto per Madrid, per Lisbona, per Londra; erano stati a Brusselle, a Monaco, a Vienna, a Berlino, ma spingendosi tosto a Stoccolma, a Pietroburgo, a Mosca. La Grecia, divina nelle sue memorie, vero balsamo a tutti i mali dell'anima, aveva poi la miglior parte del tempo loro. Così meglio disposti, erano passati da Atene per Costantinopoli; sempre in moto i corpi, sempre in agitazione gli spiriti, qualche vantaggio doveva pure venire.
Già più e più volte in Grecia il duca di Feira aveva veduto Aloise infiammarsi; triste a Misitra, ma per la scomparsa delle istesse rovine di Sparta; accigliato in Maratona e al passo delle Termopili, ma per la troppo lunga carestia di Milziadi e di Leonida ai tempi moderni; accigliato ancora e triste in Atene, ma più spesso esaltato per ciò che rimaneva dell'antica grandezza, dell'antica bellezza, dell'antica idealità degli Elleni.—Chi può pensare,—aveva egli detto un giorno,—chi può pensare ai propri dolori, salendo all'Acropoli? Quanta storia, quant'arte, e quanto pensiero, tra l'Erettèo e il Partenone! E il mondo ne vive ancora!—
Da Costantinopoli, ultimo lembo d'Europa, il salto alla costa d'Asia era naturale, come a dire indicato. Aloise gradì molto l'occasione di visitare la Troade. Laggiù, da occidente e da settentrione, s'era mostrato sollecito di vedere molte cose, pensando di far cosa grata al duca di Feira; ma in quelle terre orientali diventava particolarmente sollecito, singolarmente curioso per sè. Da un libraio della via di Ermete, in Atene, aveva comprati parecchi volumi, e tra questi l'Iliade; poteva dunque viaggiare la Troade con Omero alla mano.—Questo è un Baedeker!—diceva egli sorridendo al duca di Feira.—È certamente il primo della serie!—
La celia e il sorriso dicevano molto al suo Mèntore, che si lodava in cuor suo di aver condotto in quella forma il viaggio.
A quel tempo il signor Enrico Schliemann, gran milionario e gran pellegrino d'amore per la storia e per l'arte, non era anche disceso laggiù con la sua bella fede e con le sue buone squadre di manovali, per ritrovare e disseppellire i sacri avanzi di Troia. Intorno alla situazione dell'antichissimo Ilio, «raso due volte, e due risorto», si era tuttavia fra i dubbi, le incertezze e le tenebre, aggravate sempre più dalle dispute degli eruditi tedeschi. Hissarlic, o Burnabachi? Aloise si dichiarò volentieri per l'eminenza meno distante dal mare. I campi delle quotidiane battaglie tra Greci e Troiani erano lì, ragionevole distesa di terreno, su cui dall'alto delle mura potesse spaziare lo sguardo trepidante di Priamo; erano lì i sacri fiumi, Simoenta e Scamandro, anche ammettendo che essi, da quegli irrequieti vagabondi che sono sempre stati i fiumi, avessero cangiato più volte di letto.
Al nostro giovine amico, che con tanta divozione classica percorreva quei luoghi, facendo sostare ad ogni tratto la scorta, parve di riconoscere un po' sopra a certe fontane il luogo delle porte Scee, donde Ettore aveva preso dalla sua Andromaca e dal figliuoletto Astianatte i patetici congedi cantati divinamente da Omero; e lì presso, il luogo del muro alto, dalla cui sommità la bellissima Elena aveva additati al suo buon suocero provvisorio i più famosi e i più temibili condottieri di Grecia. Elena, la cagione dell'eccidio d'un regno! Elena, la grande bellezza fatale! Che fascino era in lei? Aloise non si fermò neanche a pensare se ella avesse gli occhi verdi, o turchini; che tanta serenità di spirito non si poteva pretendere ancora da lui. Ma intanto egli filosofò la parte sua sulle rovine cagionate da Elena, e sui pericoli che una soverchia bellezza può far correre agli uomini, povera materia infiammabile, come la stipa e il capecchio.
Filosofava, adunque. Ora, quando l'uomo può filosofare, è segno che può ragionare. Quando può ragionare, è segno che ha la testa sgombra e libero il cuore. Così pensava il duca di Feira, ascoltando il suo compagno di viaggio. Egli aveva già potuto osservare come il suo Aloise si ritrovasse più franco e più ilare in quelle terre orientali, che non laggiù, da occidente e da settentrione, in quelle sontuose capitali europee. Non ferrovia, non cavalli di posta, non alberghi, non comodità della vita; strade malagevoli, sentieri da capre, rompicolli, guadi da raccomandarcisi l'anima, rovine, desolazioni; che importa? Tra quelle desolazioni non si è solamente lontani nello spazio; si è lontani ancora nel tempo. Anche laggiù nella Troade era già una distanza enorme da Genova, e da Quinto, il ritrovarsi a tu per tu con Elena Argiva.
—Se fosse qui il Giuliani!—aveva esclamato Aloise.—Quanto latino metterebbe fuori, vedendo il tumulo di Achille, __et solum quo Troia fuit__. Hai notato, babbo,—(da qualche tempo Aloise dava del tu al duca di Feira, chiamandolo ancora col dolce nome di padre)—hai notato come il dottor Giuliani parli spesso e volentieri in latino? Può forse annoiare tanti altri, non me. Mi pare, sentendolo infiorare i suoi discorsi di tante citazioni, buttate anche là con un tono di celia, che le cose della vita moderna, della vita comune, prendano colore e sapore d'antico, quasi di eroico, e insieme di universale. Quel po' di celia che v'aggiunge, come un pizzico di sale, tempera tutto; e di ciò che potrebbe parere un difetto a qualcuno, te ne fa una qualità; che so io? una cosa gradevole. Io gli invidio quest'arte. Perchè, infine, ci è data la parola? Per dire soltanto delle volgarità e delle sciocchezze, lasciando che un po' di dottrina si spenda soltanto nelle conversazioni noiose dei pedanti? Ah, vorrei qui il Giuliani; e che ci parlasse di Elena! Ne sentiremmo di belle!