—Ah, finalmente!—esclamò egli.—Non ne potevo
più.

—Voi siete triste, Aloise?—gli disse Lorenzo, avvicinandosi a lui, e posandogli una mano sulla spalla.

—Perdonate, amici, fratelli miei, perdonate!—rispose il marchese di Montalto, congiungendo la mano di Lorenzo e quella di Maria nelle sue.—Io sono felice, come si può essere, quando si è stati testimoni della gioia d'una madre che vi ama, e che nel contemplarvi, si lasciava sfuggire con nobile audacia il suo segreto dagli occhi; quando infine s'è stretta la destra ad amici schietti e operosi come coloro che ci hanno lasciato poc'anzi. No, la virtù non è un nome vano; no, tutto non è abbiettezza, codardia, bruttura nel mondo. Ma perchè non sono io lieto? Perchè in mezzo a tutta questa gioia io mi sento morire? Da due mesi, vedete, da due mesi io vivo come uno smemorato. Ho come un vuoto qui dentro, e non ardisco addentrarmi nella mia coscienza, considerare questa grande rovina di tutte le mie speranze, di tutti i miei sogni, di tutto ciò che mi faceva cara la vita.

—Voi amate, Aloise….—disse Maria con accento compassionevole.

—Sì, e senza speranza. Non è il segreto di alcuno; è il mio segreto; posso adunque trarlo fuori dal profondo, e flagellarmene il petto. Sì, amo fieramente, e fieramente odio…. me stesso. Sì, vorrei strapparmi il cuore, questo cuore malnato, che accoglie confidente un affetto, e lo serba a mio malgrado, e lo difende contro la mia stessa ragione; questo vil traditore che mi dà in balìa d'un beffardo nemico, e dopo avermi offuscato l'intelletto, scemata ogni virtù di propositi, congiura a togliermi perfino la dignità del soffrire. Ah Lorenzo, amico, fratello mio! Se non avessimo di tali spine qui dentro, come saremmo noi forti! Quale avversa possanza resisterebbe alla tenace operosità dell'uomo, tutta rivolta ad un fine? Noi giovani, noi animosi, noi senza macchia e senza paura, potremmo dar opera a grandi cose, far manipolo contro il male che invade d'ogni banda, portar la spada e la fiaccola, combattere e illuminare, essere esempio ai buoni e flagello ai malvagi, ordinare l'aristocrazia dell'ingegno e della onestà, la sola vera, la sola efficace, non già a salvare un vecchio edifizio che minaccia d'ogni parte rovina, sibbene a rinnovare la faccia del mondo infiacchito nel tiepido amore del bello, del vero e del buono, fatto teatro ai contrasti ridicoli di vizi piccini e di piccine virtù. Ma no; forti e non ignari della nostra forza, rinunziamo alle nobili voluttà che ella può darci; abbiamo qui dentro il tarlo roditore delle nostre passioni; disperdiamo in vani scintillamenti una luce preziosa; consapevoli dissennati, sprechiamo tutta la possanza nostra a' piedi d'un idolo di creta.—

Così parlava esacerbato Aloise. Lorenzo volse lo sguardo a Maria, che avvicinatasi chetamente già era per reclinare la bruna testa sull'omero dell'amato, ma si trattenne, e parve dirgli col gesto: rispettiamo il suo dolore.

Aloise, o si avvedesse del gesto, o indovinasse il pensiero, levò la fronte verso i due pietosi, e soggiunse:

—Voi, Lorenzo vi siete imbattuto in un angelo. Io, in quella vece, ho fallita la strada, e debbo portarne la pena. Che volete, fratelli miei? Nessuno può sottrarsi al suo fato.—

XXXV.

Dal campo dell'Iliade alla patria di Omero.