—Ma io non potrò farmene un merito!—esclamò Aloise, sorridendo.—Non son io che ho vinto; sei tu che m'hai fatto riconoscere come io fossi un dappoco. Che stoltezza la mia! e di tanti miei pari! Crediamo le donne angeli, così alla rinfusa, senza far distinzione. Angeli! E come finalmente potrebbero esser tali, in mezzo a tanta moltitudine di sciocchi e di scioperati che le circondano?—
La burrasca girava, verso un altro quadrante. Tra sciocchi e scioperati c'era da scegliere; ed Aloise ne passò molti in rassegna, tutti della società elegante in cui era vissuto. Di questi uno ebbe più lunga sentenza; e fu per caso il Cigàla.
—M'hai detto che è una testa quadra e un cuor libero;—notò il duca di Feira;—una specie di filosofo in guanti.
—E in fondo, m'annoiano, i filosofi in guanti;—rispose Aloise.—Hanno il cuor libero, e sta bene; ma ancora amano far pompa della loro libertà, come le case vuote del loro «appigionasi». Non promettono niente, non s'impegnano a niente; sorridono e passano. A questi, poi, si fa volentieri la parte del leone. Ricordi la lettera, di cui parlavamo poc'anzi? Il Cigàla (vi si leggeva) il Cigàla è quello che vale un tantino più degli altri; cortese, senza aspettar nulla in ricambio; arguto, senza cattiveria; bei modi, umor sereno; ornamento in un salotto, non peso; si vuol far credere insensibile; ma bisognerebbe che ad una donna saltasse il ticchio di metterlo alla prova, e si vedrebbe.—
Il duca di Feira pensò che il suo Aloise possedeva una memoria di ferro. Anche leggendo rapidamente, il giovine aveva molto ritenuto del libro amaro. Amaro al palato, del resto; ma buono e nutritivo allo stomaco. Anche questo pensava il saggio duca; e l'animo suo, finalmente aperto a liete speranze, si compiaceva di stimolare, temperandoli all'uopo, i giudizi del suo figliuolo d'adozione.
—Capisco, sì;—concesse il duca;—la gioventù è capace di adattarsi a molte cose, ch'ella stessa non prevede e non pensa. Ma quel tuo Cigàla è sincero nel suo modo di sentire; leale, me lo dicevi soprattutto.
—E non mi voglio già disdire sul conto suo; leale per quel che fa la piazza;—soggiunse Aloise.—In fine, è il tanto che basta, e di cui possiamo contentarci nelle relazioni sociali. Io, del resto, lo avrai già notato, ho un debole per Enrico Pietrasanta; un cuor d'oro, quello, che non si cela, che non fa il tenebroso; un carattere aperto; e modesto, poi, tanto modesto da adattarsi alle seconde parti, senza lasciarti scorgere che potrebbe aspirare alle prime. Se non fosse per lui, che con tante amabili sue qualità mi offusca un tantino il giudizio, direi volentieri che il Cigàla è una perla. Ma adagio;—soggiunse Aloise, ridendo della propria liberalità;—teniamo qualche cosa in serbo per altri amici, che abbiamo veduti alla prova, e che meritano i primissimi onori. Come definiremmo il Giuliani, così caldo, ardito, sincero, e così ameno per giunta? Che cosa diremo poi di Lorenzo Salvani? Quello è un uomo! Gli si leggono negli occhi tutte le virtù, cardinali e teologali; non ti pare? Sarà felice, la mia bella cuginetta, con quel fior di cavaliere. Ah,—conchiuse il giovine, con un razzo finale di ammirazione e di affetto,—se dopo morti sotto un aspetto, dovessimo tornare in vita sotto un altro, ti giuro, padre mio, che vorrei rinascer Salvani!—
Era gaio, Aloise; e fu gaia la giornata della Troade, col pasto improvvisato dagli uomini della scorta, sotto le mura iliache, di cui non si vedeva più traccia, accanto alle fontane cantate da Omero, che sussurravano ancora. Distrutta è la città di Priamo;—potevano dire i due nobili viaggiatori;—disperse le sue reliquie, con le bellezze lusinghiere di Elena Argiva; tu sola vivi eterna, o natura.
Il più vecchio dei due poteva anche pensare dell'altro; e di quell'altro che pensava gli si dipingeva una gran contentezza sul volto. In quella giornata della Troade, fra le scarse reliquie di una città e di una vita estinta, nasceva un mondo di speranze per lui. Aloise risanato, Aloise riconciliato coll'esistenza; quale vittoria! E il pensiero di Cosimo volava lontano, fino alla Montalda, presso la tomba di Eugenia.
—È salvo! è salvo!—diceva a sè stesso il duca di Feira, lasciando quella medesima sera le rive dello Scamandro.—Ed ora, per compir l'opera, bisognerà avviarne lo spirito a qualche utile occupazione.—