Due giorni dopo quella gita archeologica, i due viaggiatori riprendevano il mare, costeggiando la punta settentrionale dell'Asia Minore, dallo stretto dei Dardanelli al golfo di Smirne. Andavano, dalla terra che Omero aveva celebrata col canto, alla terra dove era nato il divino cantore. C'era poi nato davvero? Lo asseriva Erodoto, antichissimo tra i biografi; ma altre sei città greche, continentali ed insulari, contendevano a Smirne quell'altissimo vanto. Un famoso distico latino, traduzione di un altro e non meno famoso distico greco, aveva raccolte a mazzo le sette rivali. Che peccato non ricordarlo! Se ci fosse stato il Giuliani, come l'avrebbe recitato a volo, e con quell'ardore che metteva in tutte le cose ch'egli facesse o dicesse! E ancora, che buon compagno di viaggio sarebbe egli stato, con tante cose da vedere, da ammirare, da commentare, e laggiù ed altrove, anzi, com'egli avrebbe certamente detto, nell'universo mondo! La terra, a buon conto,—notava Aloise,—è più vasta che non si pensi. Un giorno era tutto, quando vedevamo in essa il centro del creato; oggi le grandi scoperte e i grandi numeri dell'astronomia ce la riducono ad una miseria, da far sorridere di compassione. Niente di male, dopo tutto; essa può ridere con tanto gusto di noi!

A Smirne, città orientale e insieme tanto europea nell'aspetto come negli usi del vivere, era naturale il pensare a due mondi, l'uno sull'altro innestati, e lo intravvedere alla bella prima quanto il mondo occidentale avrebbe da fare nell'orientale; soprattutto da rifare, poichè il prodigio era già stato operato una volta. Il duca di Feira accarezzava queste idee di Aloise, che già davanti a Lemno, a Mitilene, ad Ipsara, a Scio, immaginando sempre d'essere in vista di Rodi, si era gittato con tutto l'ardore dei ricordi universitarii sulle famose leggi Rodie, esemplari di giurisprudenza commerciale e marittima ai Romani, conquistatori e civilizzatori del mondo. E dai commerci antichi era sceso con facile trapasso ai moderni, considerando quanto ci fosse da tentare, con nobile e fruttuosa audacia, per istrappar l'Oriente, il vicino e il lontano, dalla sua fatale inerzia, dalla sua supina ignoranza, per tirarlo nella vasta corrente della vita moderna.

—Ecco un bel programma, Aloise;—diceva il duca di Feira, cogliendo la palla al balzo, mentre sul terrazzino del primo albergo di Smirne il giovine Montalto dava gli ultimi tocchi al suo disegno di rinnovamento orientale;—ed è qui la tua vocazione. Vedendo così largo e così lontano, tu non vorrai già ridurti a vivere ancora la vita ristretta e disutile in cui ti ho ritrovato. Sei ricco per me, poichè mi accetti per padre, ed io non ho creatura al mondo ch'io debba amare e favorire, dopo di te. Ma non sarai un fannullone, non essendo mai stato un gaudente. Ti sorride l'idea di esser utile alla patria…. fuor della patria? Io, disgraziato, non ho potuto, con tanto desiderio che ne avevo nell'anima, e ad un'altra patria ho dovuto consacrare l'opera mia. Tu, fortunato, senti che la tua sarà grande; mi par d'intendere che l'ora del destino è imminente. Comunque sia, dove sei nato, dove si tiene alta la bandiera dei tre colori, ivi è l'Italia, presente e futura: servendo il piccolo Stato dove sei cittadino, servi già il grande, che verrà poi.

—Ho inteso, babbo: mi vuoi mettere in diplomazia.

—Per l'appunto; è l'unica condizione in cui ti sarà dato di colorire i disegni che da parecchi giorni mi esponi. Quello che si vuol fare, si faccia presto; è massima antica. Ritorneremo a Genova, per aggiustare le cose tue, e quelle dei nostri amici. La Montalda…. il santuario…. può rimanere in custodia ai Salvani. E subito manderemo ad effetto la tua felicissima idea; non è vero? Servire la patria…. fuor della patria, ti ho detto; ingrandire la sfera della sua legittima azione, dar luce ed aria, aprire quanto più sia possibile il mondo ai nostri commerci, alle nostre arti, al nostro pensiero, alla nostra lingua; ecco l'opera varia e mirabile a cui deve lavorare chi può, innamorandosi, vivaddio, di qualche cosa che ne franchi la spesa.

—Giusto!—disse Aloise.—Ma saran poi tutte rose?

—Eh, t'intendo;—rispose il duca, tentennando la testa.—La mia esperienza, tra tante imprese fortunate, ricorda ancora parecchie disillusioni. C'è qualche volta il tuo governo in mano a gente dappoco, che non t'intende e ti guasta il lavoro. Ma più spesso, trattandosi di un lavoro lontano, egli non prevede nulla che meriti l'intromissione di un guastamestieri, e ti lascia fare a tuo modo. Così, ciò che tu accortamente disponi in questa o in quella parte del mondo, è sempre utile preparazione ad atti che tu solo avevi veduto opportuni, e che tu solo hai lavorato a render possibili. Così, finalmente, si gettano i semi della grandezza futura d'un popolo.

—Giustissimo!—gridò il giovine Montalto, persuaso da quella argomentazione del duca di Feira.—Ed io vedrò volentieri di tentar qualche cosa in questo povero Oriente.

—Scegli bene il tuo campo;—riprese il duca.—Si era cominciato così, con Marco Polo; ma poi, povera gente, abbiamo smarrita la strada. Sei dunque risoluto?

—Sì, padre mio. Tanto, la vita oziosa non m'è andata mai. Mettiamoci di buon animo a servire la patria…. fuor della patria. Ma bada, con una restrizione.