Vive ancora il banchiere Vitali? Sì, vive, ma della vita «di chi doman morrà»; il che significa, ridotto in povera prosa, che il vecchio peccatore è sulle ventitrè ore e tre quarti. Lo assiste il Collini, tenendolo su a forza di espedienti. E non già perchè speri di far mettere il suo nome in luogo di quello del morto Bonaventura, nel testamento dell'infermo. Il nuovo testamento e già fatto, e pel Collini c'è soltanto un legato; cospicuo, sì, ma che non eccede i limiti della onesta riconoscenza. Dunque, direte, il vecchio si è pentito, e salvo il diritto di una certa Compagnia che aveva lasciato al Vitali un milione in deposito, ha nominato erede universale il marchese di Montalto? No, niente di ciò: ben voleva il Vitali fare ammenda onorevole con lui di tanti suoi torti; ma Aloise, pur visitandolo ed augurandogli ogni bene, era stato fermo nel ricusare le sue liberalità, e perfino quel tanto che gli sarebbe spettato per legge.

—Lasciate le vostre ricchezze a chi può averne bisogno più di me;—diceva Aloise.—Ai poveri, per esempio; e parecchie generazioni di cittadini benediranno la vostra memoria. Questa è anche l'opinione d'un mio vecchio amico, il duca di Feira, nel quale potreste ravvisare, vedendolo, una vostra antica conoscenza…. Cosimo Donati.—Era un gran colpo, pel vecchio Vitali, il sentir proferito quel nome. Ma egli lo sopportò validamente, come sanno sopportare i vecchi, fatti insensibili, o poco meno, a certe commozioni morali. Egli si adattò perfino a rivedere l'antico pretendente alla mano di Eugenia, più che quell'altro non si adattasse a rivedere il padre di lei, l'artefice di tutti i suoi mali. Cosimo fu in quella circostanza misurato e cortese; sorvolò sul passato, venendo tosto a rincalzare con le sue argomentazioni i propositi di Aloise. Ed egli, che per la condizione poteva parlare più liberamente del suo giovine amico, che ormai considerava come figlio ed erede, costrinse il vecchio a fare un testamento da galantuomo. Andasse un milione a cui spettava, e a quel milione s'aggiungessero i frutti, computati ad interesse composto. Dieci anni erano corsi oramai dall'asserto deposito del Padre Martelli; si oltrepassava dunque il milione e mezzo; e fu ricupero superiore ad ogni speranza della sacra Compagnia, ad ogni immaginazione degli aderenti di quella. Primo a farne le meraviglie fu il confessore del Vitali, che tosto ne sparse la nuova, fruttando al duca di Feira l'omaggio reverente di tutto il partito dei neri. Lo stesso marchese Antoniotto, come bandieraio di quell'esercito, stimò conveniente di mandare al generoso consigliere un suo biglietto di visita, con alcune righe di prosa robusta, sommamente laudatoria; cortesia che bisognò ricambiare, incappando ancora nella noia di un incontro sulle scale, e di una accoglienza festosa in salotto.

Stranezze del caso, il quale avvicina coloro che potrebbero star bene lontani, ed allontana coloro che starebbero tanto meglio vicini! E l'incontro col signor senatore e la conseguente presentazione alla marchesa, furono il solo segreto che il duca di Feira dovesse custodire, tacendone riguardosamente col suo Aloise. Frattanto, a parlar solamente degli uomini, dovevano esser belli quei due personaggi accostati dal caso; l'uno che lodava l'altro come un benemerito della sua parte; l'altro che ricusava la lode, poichè solamente aveva fatto il debito suo di onesto consigliere, n'avesse anche profitto una gente nemica. Bello, due anni più tardi, il banchiere Vitali, tutto bianco di latte in marmo di Carrara, per trecentomila lire lasciate ad un istituto di carità, che gli eresse la statua; e Dio perdoni al povero letterato, che fu richiesto di dettar l'iscrizione, e non seppe schermirsene!

Del Collini si è già detto, che ebbe un cospicuo legato, bastante a farlo vivacchiare. O non era già ricco? direte. Sì, era; ma quel banco Cardi, Salati e Compagno, nel quale egli, il compagno, teneva impegnati tutti i suoi capitali, sapete pure che fece una mala fine. Già ogni anno, alla stretta dei conti, tra Cardi e Salati si salassava ben bene il compagno: poi, un bel giorno, il Salati era sparito colla cassa; e il Cardi, atteggiandosi a vittima, spandeva torrenti di lagrime, disposto a dare una parte del suo al compagno scottato. Magra consolazione, un cinque o sei mila lire di partecipazione, a chi ne perdeva dugentomila: pure, gli bisognò contentarsene. Poi, anche il Cardi sparì, per vergogna, forse, e per andare a cercar fortuna altrove; più probabilmente per ricongiungersi al Salati, e rifare con lui una nuova ragion di commercio. Speriamo che abbiano azzeccato un altro compagno; quanto a quello di Genova, non ebbe più modo di risorgere! corto a quattrini, si ritrovò politicamente spacciato; il partito ch'egli sperava di capitanare dopo la morte del Gallegos, gli antepose un altro, che non valeva (diss'egli) i legacci delle sue scarpe. Ma così va il mondo; e il nostro grand'uomo dal pelo rossigno, che aveva nutrite in cuor suo tutte le ambizioni, della eleganza, della ricchezza, dell'autorità, si trovò in un giorno deluso di tutte, messo fuori bel bello dalle nobili case, costretto a chinare la fronte orgogliosa, battendo per disperato la povera via delle visite a un franco l'una. Triste destarsi da un sogno di onnipotenza, che lo aveva lusingato, gonfiato, levato al settimo cielo!

Il suo fortunato rivale e successore nella condotta del partito, non ebbe da stare molto più allegro di lui. Quello era un momento critico per la parte nera. Speranze nuove allargavano i cuori; molto si aspettava dal terzo Napoleone, e nel Parlamento italiano, per prepararsi ai felici eventi, si facevano alleanze fin allora insperate, tra liberali temperati e liberali più caldi, come fuori del Parlamento tra repubblicani e monarchici. Che cosa poteva fare l'esercito della reazione, davanti a una così larga sollevazione di coscienze infiammate, frementi patria, indipendenza, unità? Sparpagliarsi, aspettando tempi migliori; anzi, in quel crescere di speranze liberali, non isperandoli nemmeno. Quella non era più la fiammata del Quarantotto, da potersene prevedere la fine con l'ultima tracciata di paglia. Del resto, quel povero esercito incominciava a sentir carestia di teste quadre, molte delle quali eran passate, o preparavano il passaggio, nel campo nemico. Soprattutto mancavano i gran nomi, da attrarre col lustro della nobiltà, e da comandar coll'esempio.

Lo stesso marchese Antoniotto, a mezzo il dicembre del '58, si tirava in disparte. Scontento, non andava neanche più a Torino, per rompere le sue lance in Senato contro i mulini…. di Collegno; nè più si faceva vedere a Genova, essendosi chiuso nella sua villa di Quinto, come Scipione nella sua di Linterno. Scontento! e di che? A sentir lui, della poca saldezza e del nessuno ardimento del partito dell'ordine, a sentir gli altri, per ragioni più intime, più delicate, che la sua prosopopea di grand'uomo avevano spruzzata un tantino di ridicolo; onde egli si era ritirato a Quinto, più tiranno che mai, mentre la marchesa, con quei freschi incominciati, e senza pensar più che tanto alla festa da ballo con cui casa Vivaldi soleva aprire la stagione invernale, aveva creduto opportuno di andarsene a stare da sola in un suo castello delle Langhe.

Ragioni di salute, si diceva per lei, ammiccando, tra caritatevoli amiche. Infatti da un po' di tempo si lagnava dell'aria marina, e già più volte il suo medico le aveva consigliato di passar l'Appennino. Ragioni di studio, si diceva per lui, ridendo un pochino, tra i buontemponi del suo ceto. Infatti, doveva scrivere un'opera sulla ragione di Stato nei tempi moderni; l'aveva annunziata da un pezzo; non voleva farla aspettare più a lungo; e lo scrivere un'opera di quella fatta non poteva riuscirgli bene fuorchè nella sua villa di Quinto, dove erano meno centinaia di quadri, e più migliaia di volumi, ad ingombrar le pareti.

Il marchese Antoniotto Torre Vivaldi non scrisse l'opera promessa alle genti. Finì il '58 senza che egli l'avesse pur cominciata; passò il '59, anno di tali novità politiche da confondere ogni ragione di Stato che s'ispirasse ai trattati del '15; venne il '60, e fu peggio che mai. Dicono che il povero senatore se ne accorasse tanto, da farci una malattia; quella malattia che in capo a tre mesi lo condusse alla tomba. E della grand'opera promessa, neanche un capitolo; il che non tolse che l'__Armonia__ di Torino, levando a cielo i meriti dell'estinto, raccomandasse alla vedova di voler dare alle stampe ogni cosa che fosse rimasta di lui; tra l'altro la «Ragion di Stato dei tempi moderni». Anche in alcune parti incompiuta, e in altre non condotte a quella finitezza di stile che era uno tra i pregi del marchese Torre Vivaldi come scrittore, non si poteva defraudarne il mondo, per cui benefizio era stata pensata.

Dal castello di Valcalda nelle Langhe non venne risposta all'invito. La castellana non leggeva l'__Armonia__; ed anche aveva altro da pensare. Ma basti di ciò; noi ci siamo spinti un po' troppo innanzi nel tempo, e dobbiamo ritornare sui nostri passi; se non vi spiace, fino al 4 dicembre del 1858.

Siamo a Genova; entriamo in un buio portone della via Sauli, presso Canneto il Lungo; saliamo due scale anche più buie, ed eccoci in una stamperia, che è l'officina, anzi la fucina della __Nazione__, di quel giornale quotidiano, che era nato da pochi mesi, che doveva morire un anno dopo, ma che morendo potè dire il suo __vixi__, senza esser notato di vanagloria.