—Di bene in meglio!—esclamò il Giuliani.—Ma che farnetico li ha colti, di mandare innanzi le cose a questo modo, non lasciando niente da fare ai padrini? Io non ci vedo molto chiaro; e voi?
—Io sì, ci vedo!—rispose Enrico sospirando.
—Ma come? Aloise, tornato a mala pena da un mese, si guasta di punto in bianco col Cigàla, con un amico, con un giovanotto che non farebbe male, sto per dire, ad un mosca?…
—Sì, avete ragione,—soggiunse Enrico;—ma c'è di mezzo una ruggine antica. Parlo ad un amico mio e di Aloise, e neppur l'aria ha da risapere….
—Non dubitate, son mutolo.
—Orbene,—proseguì il Pietrasanta,—vi dirò tutto quel ch'io ne penso. Prima di tutto, sapete voi la cagione della partenza di Aloise un anno fa?
—Credo di averla indovinata; un amore sventurato. E il suo ritorno, mi sembra di averlo capito, un risanamento felice.
—No, qui non sono della vostra opinione. Giuliani. Aloise non è risanato. Non lo avete visto, che cera da funerale? Egli è tornato quello di prima, ed è tornato, m'immagino, perchè non gli dava più l'animo di viver lontano…. da lei. Destino! Ieri l'ha veduta per via. Ella passava, sulla piazza delle Fontane Amorose, in compagnia del Cigàla, che a dirvela di passata, salvo il debito della cortesia, non si cura di lei nè punto nè poco. Ma Aloise non la pensa così. M'ero già accorto, fin dagli ultimi giorni che egli rimase a Genova, innanzi di partire col duca di Feira, che la sua amicizia pel Cigàla s'era di molto raffreddata. Egli lo salutava a mala pena per via, e a qualche domanda che io gli feci, rispose con certe frasi scucite, da cui trapelava la stizza. Per farvela breve, Aloise s'era ingelosito del Cigàla; s'era fitto in mente che la dama non lo vedesse di mal occhio. Intorno a questo, non dico di no; ma che lo ami!… Quella donna non ama nessuno, non ha mai amato altro che sè medesima; la qual cosa, come voi ben potete argomentare, non darà troppo gravi apprensioni al tiranno di Quinto. Insomma, ieri Aloise ha veduto la dama, e il Cigàla che le veniva a fianco, ciaramellando allegramente, com'è suo costume; ed ella rideva, e non vide neppur noi, che stavamo a piuolo dieci passi discosto, sotto la base del palazzo Spinola. Ella del resto ci aveva le sue buone ragioni per non vedere, poichè Aloise, tornato dal suo viaggio, non è andato a salutarla, non ha portato neanche un biglietto da visita al palazzo Vivaldi. Il Cigàla, in quella vece, che non ci aveva le stesse ragioni, ci vide e salutò; ma Aloise lo guardò arcigno, e non rispose il saluto.—Perchè, gli dissi, non saluti il Cigàla?—Io? e che bisogno c'è egli di salutarlo, quello sciocco vanitoso?—Non aggiunsi parola, ed egli neppure; ma vidi, e non c'era bisogno di molta acutezza per vederlo, ch'egli era fortemente agitato. Questa mattina egli venne da me.—Ho parlato col Cigàla; mi disse, e ci siamo intesi.—Oh, meno male! risposi. E la nube si sarà dileguata?—Sì, disse Aloise, prega il Giuliani che voglia unirsi a te, per farmi ambedue da padrini. Noi ci batteremo oggi stesso, alle due…. alle tre…. insomma, prima che tramonti il sole, nella villa del Riario, in Polcevera; l'arma è la spada; tu porta le tue; il Riario ne porterà un altro paio.—E adesso avete capito. Giuliani? Che ve ne pare? Danno dello sventato, del pazzo a me; ma i più savi mi vincon la mano.—
Il Giuliani rimase un tratto sopra pensiero. Avvezzo a vederne di tutti i colori sulle scene della vita, non sapeva pure capacitarsi di questa. Ma che farci? Mosca Lamberti aveva ragione; cosa fatta capo ha.
—E il Cigàla lo avete veduto?—disse egli, dopo alcuni istanti di pausa.