L'orribile scena era durata due minuti, non più. All'improvvisa catastrofe, accorsero i padrini per rialzare il ferito. Il Cigàla era rimasto attonito, esterrefatto; guardava il caduto con aria smarrita, e guardava la punta della sua spada, senza intendere per qual modo fosse tinta di sangue.

—Un suicidio!—esclamò sommesso il Mattei, mentre, inginocchiato al fianco di Aloise si disponeva a visitar la ferita.

—No;—rispose sollecitamente il giovine;—avevo troppo spinta l'azione, e mi sono infilzato. Cigàla,—aggiunse poscia stendendo la mano a quell'altro, che s'accostò a lui più morto che vivo,—senza rancore!

—Oh, Aloise!—gridò quegli, dando in uno scoppio di pianto,—dimmi che non sono stato io!

Aloise gli strinse la mano.

—Io te lo giuro,—proseguì l'altro, prostrato daccanto a lui,—te lo giuro per l'anima di mia madre, tu ti sei ingannato! Sentimi, Aloise, tu risanerai; il cielo ci concederà questa grazia. Vedrai allora il tuo povero amico, se meritasse un sospetto. Oh, io attendo ora, invoco una guerra sollecita, e una palla d'Austriaco, che mi tolga il rimorso.—

Fu un vaticinio; cinque mesi dopo, il Cigàla, valoroso cavaliere, dava la vita nell'ultima carica di Montebello.

—Chiedo un po' di silenzio!—disse il Mattei, che stava continuando la sua esplorazione chirurgica.

Ed aggiunse anco un'occhiata eloquente al Morandi e al Riario. Questi si avvicinarono al Cigàla, e lo trassero, sebbene riluttante, fuori del campo.

Rimasto solo coi medici e co' suoi padrini, Aloise rivolse la parola al Mattei.