—Orbene;—diss'egli a mezza voce,—e quel filosofo greco?

—Che dite voi?—chiese il medico.

—Sì,—continuò il ferito,—l'enfisema!

Il Mattei stette mutolo, ma non gli venne fatto reprimere un sospiro. L'uomo dell'arte aveva riconosciuto come la ferita fosse profonda pur troppo, e come il ferro del Cigàla avesse dovuto penetrare obliquamente fino al pericardio e all'orecchietta destra del cuore. Questo gli dicevano le sue esplorazioni, questo gli era confermato dal pallore estremo del volto, dal respiro che cominciava a farsi affannoso.

—Tanto meglio!—disse allora Aloise.—Debbo dir due parole al Pietrasanta, al Giuliani. Amici miei, vi ho fatto un tristo regalo. Perdonate! A che gioverebbe l'amicizia, se non potessimo fare assegnamento sovr'essa pel nostro bisogno? Ora io vi prego di un'ultima grazia…. Portatemi stasera alla Montalda….

—Sarà impossibile…. per molti giorni ancora….—balbettò il
Giuliani.

—Vedrete che si potrà…. senza pericolo!—rispose con un mesto sorriso il ferito.—Vorrei essere sepolto accanto a mia madre, e accanto a lui…. che non sarà tardo a seguirmi. Anch'egli è ferito nel cuore. Ditegli che mi perdoni…. di non averlo aspettato…. e che il mio ultimo pensiero è stato per lui….—

Il Giuliani e il Pietrasanta si stempravano in lagrime. Il Mattei, col suo triste silenzio, diceva assai chiaramente che non c'era speranza.

Il ferito aveva chiuse le palpebre. Il suo volto s'era fatto smorto; solo il respiro affannoso lo diceva ancor vivo, e mal vivo.

—Ho freddo!—mormorò egli poco stante.—Vorrei essere al sole.—