—Non saprei dirvelo. Le cronache raccontano che fu portata innanzi alla corte d'amore di Pierafuoco e di Signa; ma non ci recano la sentenza che ne fu data. So bensì che in quella tenzone poetica, tra molte buone ragioni ed esempi per l'una parte e per l'altra, c'era una strofa che vi traduco così: «Tutti gli uomini di perfetto giudizio conoscono molto bene che il cuore ha signoria sopra gli occhi, e che gli occhi non servono punto nelle cose d'amore, se il cuore non acconsente; laddove, senza gli occhi, il cuore può francamente amare una cosa che giammai non abbia veduta, siccome avvenne al signore di Blaia.»

—L'esempio non scioglie la questione!—disse
Ginevra.

—È un circolo vizioso!—aggiunse il De' Carli.

—Ma via,—ripigliò la marchesa,—continuate la vostra storia, signor Aloise, e perdonate le interruzioni troppo frequenti a un uditorio curioso ed attento.

—«Infiammato sempre più dal desiderio di veder la contessa, Goffredo deliberò di andarsene pellegrino in Terrasanta. Un suo dilettissimo, anch'egli buon trovatore, Bertrando di Alamannone, fu pronto, come suol dirsi, a tenergli bordone, e ambedue fecero il disegno d'imbarcarsi a quella volta. Doleva di quella partenza al Plantageneto, che usò d'ogni suo potere per distogliere il suo protetto da quel faticoso viaggio. Ma nulla valse; e finalmente, ottenuta licenza dal conte, il Rudel monta in nave coll'amico. Eccoli in viaggio, alla scoperta dell'ignota bellezza. Il vento fischia nel sartiame; la tempesta assale il naviglio; il masso di Gibilterra torreggia spaventoso frammezzo alle brume; Goffredo Rudel non ode il fischio del vento; non bada ai marosi che invadono la coperta, e canta dolcemente d'amore. Udite la canzone ch'egli ha composto nel tragitto, temendo di non poter subito parlare alla contessa, anzi d'aversene a tornare con suo estremo dolore, dopo un sì lungo e pericoloso viaggio:

<i>Irat et dolent m'en partray.
S'yeu no vey est amour deluench
Et ne say qu' ouras la veyray,
Car son trop nostras terras luench.</i>

«Ma scusate; senza badarvi, la recitavo nel testo provenzale, non rammentando che l'avevo tradotta.

«Corrucciato, dolente, io partirò,
Se pria non vegga l'amor mio lontano,
E non so quando mai lo rivedrò,
Chè nostre terre son troppo lontano!

«Quel Dio che quanto viene e va creò,
Che vita diede a quest'amor lontano,
Mi dia conforto al cor, perchè pur ho
Speranza di vederti, amor lontano!

«Signor, per vero e per leale io dò
L'amor che porto a lei, così lontano:
Giacchè per un sol gaudio che n'avrò,
N'ho mille affanni, tanto son lontano!