E qui, ricambiate poche altre parole di commiato, i tre amici infilarono le scale per uscire.
—E adesso?…—chiese il Montalto, quando furono sulla strada.
—Adesso,—rispose il Pietrasanta,—ne sappiamo come prima.
—Adagio!—entrò a dire l'Assereto.—Sappiamo che qualcosa di grave è accaduto, e la polizia, che ha avuto mano nella perquisizione, avrà il bandolo del rimanente.
—Lo credete?—dimandò, con aria dubbiosa, il
Montalto.
—Credo,—rispose l'Assereto,—che sia questo l'unico partito a cui possiamo appigliarci. Che cosa vedete voi di più efficace?
—Nulla, in fede mia! Andiamo dunque al palazzo
Ducale.—
Si era in gran faccende, quella mattina, nel palazzo Ducale. L'intendente (oggi si direbbe il prefetto) non intendeva niente; e strepitava perchè dovessero intendere gli altri. L'assessore capo pigliava il ranno, e lo rovesciava in capo alla turba minore de' suoi satelliti. Il generale del presidio mandava ordini e contr'ordini. L'avvocato fiscale sguinzagliava tutta la falange dei giudici istruttori. E tutti i campanelli, di qua e di là, di su e di giù, erano in moto, come le gambe dei sergenti, degli uscieri, e, a farla breve, di chiunque avesse qualchedun altro sopra di sè, nella gerarchia degli uffizi. Gran lavoro, troppo lavoro, per un ultimo giorno di trimestre!
Quella mattina, di sicuro, l'assessore capo non dava udienza ad ogni sorta di gente. E già alla dimanda dei tre amici, l'usciere aveva risposto, con breviloquenza spartana: «__occupato__.» Ma essi, tenaci, cavarono fuori i loro biglietti di visita, e dissero all'usciere che avrebbero aspettato risposta. E l'usciere, veduti tre nomi accompagnati da tre stemmi (perchè l'Assereto, quantunque non la pretendesse a marchese, conosceva le prerogative del suo casato), si persuase che quei signori francassero la spesa dell'ambasciata. Nè s'ingannava. Un minuto dopo, tornava frettoloso in anticamera, per sollevare rispettosamente la portiera, e dire ai tre visitatori: «Il signor Cavaliere li prega di entrare.»
Il signor Cavaliere era un uomo di quarantacinque anni, o in quel torno, da' capegli brizzolati, che portava sempre tagliati alla radice, e dal volto affatto ignudo, il quale lasciava scorgere in tutta la loro bellezza le cento grinze di un sorriso, che vi era come stereotipato, ed aiutava alla sua nominanza d'uomo piacevole e di belle maniere. Aveva fama altresì d'uomo avveduto; ma in quei giorni era stato ad un pelo di perderla, e quella mattina ancora egli non era ben certo di non aversela guastata davvero. Però il sorriso stereotipo del suo volto arieggiava la smorfia, e il saluto ch'egli fece ai tre signori era a mala pena quel tanto che occorreva, per istare alle buone creanze. Gli atti, poi, volevano dire assai chiaramente: «Signori, è proprio per le vostre pergamene che vi ho fatto entrare; sbrigatevi!»