—No; è un negozio delicato; due bastano, uno di più guasterebbe.

—Ma dove andate?—chiese Mauro Dodero.

—Nell'antro del lupo rapace. Hai fede in me. Contini?—proseguì il Giuliani, volgendosi al compagno che aveva scelto.—Si fa un'impresa da vecchi Templarii.

—Mi piaci più quando operi, che quando ragioni;—rispose romanamente il Contini.

—Ingrato! Io t'amo anche quando canti; chi è il migliore, di noi due?
Ma lasciamo le chiacchiere, e mettiamo alla vela.

—Si potrebbe almeno sapere che cosa hai immaginato?—chiese quell'ostinato di capitan Dodero.

—Ah, gli è il grande arcano; lo saprete tra due ore, se non vi dorrà di aspettarci.

—Aspetteremo sicuramente!—gridò l'Assereto.—Ma dove?

—Sedetevi a consiglio sulle panche delle cavolaie, qui sulla piazza di San Domenico; due ore, e siamo da voi.—

In questi discorsi s'erano alzati da tavola e scendevano, per la scaletta, nella sala a pianterreno. Colaggiù non c'erano più avventori, e il provvido tavoleggiante aveva già spento tre becchi della lucerna a gasse, lasciando a mala pena uno spiraglio nel quarto, per nutrire una scarsa fiammella, alla cui luce azzurrognola si poteva scorgere l'ostessa, che sonnecchiava dietro il suo banco in mezzo alle sue mostre di vivande, come un timoniere alla barra, in una notte di calma.