— Sì, figli miei, state allegri; lo raccomanda anche il Salmista: servite Domino in lætitia. In fondo in fondo, che cos'è il vino? Una orrevol bevanda, che al figlio di Dio, sceso in terra per le nostre peccata, non dispiacque di assumere a simbolo del suo santissimo sangue. Beviamo dunque, e adoriamo i decreti della divina provvidenza. Tebaldo, riempitemi la tazza! —
Il capo degli arcieri fu sollecito ad obbedirlo. Ma in quella che fra Gualdo stava per accostar la ciòtola [pg!190] alle labbra, il pazzo mise un grido acuto, che gliela fece rovesciar sulla tonaca.
— Che è stato? — diss'egli, alzandosi a stento per andare verso la finestra. — Messere Anacleto, che avete voi ora?
— Ah! — gridò il pazzo, con le braccia tese e gli occhi sbarrati. — Non vedete voi? —
E accennava fuori della finestra.
— Ma che? ma dove? — dimandò il monaco. — Io vedo i lampi che solcano l'aria e abbarbagliano la vista. Non temete, messere Anacleto, io reciterò la preghiera contro la tempesta. Domine Jesu qui imperasti ventis et mari, et facta fuit tranquillitas magna, exaudi preces familiæ tuæ, et præsta ut, hoc signo sanctæ crucis, omnis discedat sævitia tempestatum.
— No la tempesta! no la tempesta! — gridava il pazzo. — Vedete, vedete, là nella torre! Ah, egli è là dentro, lo spirito punitore!... —
Guidato dalle parole di Benedicite, fra Gualdo aguzzò gli occhi verso la torre, e nell'intervallo di due lampi, vide la finestra del Negromante illuminata d'una luce rossastra.
Anche i famigli erano corsi ai veroni, per vedere che fosse che metteva tanto spavento al castellano.
— To'! — disse Tebaldo, — C'è lume nella torre.