Versò la piena delle sue angoscie a' piedi d'un santo monaco. Frate Alberto era santo perchè umile; la sua mente non era ricca d'ingegno, ma il suo cuore aveva tesori di pietà, e le sue labbra spandevano sulle ferite i balsami del perdono. Il povero vecchio udì quel lungo e doloroso racconto, tremò tutto e vide a quante orribili prove fosse dannata la creatura; levò gli occhi al cielo, adorò l'ignoto, l'incomprensibile, [pg!197] e assolse quella donna, a gran pezza più infelice che rea.
Quasi sarebbe inutile il dire che il biondo Fiordaliso, fallita la prima occasione, non ottenne più il farmaco invocato al suo male d'amore. E' lo portò altrove, farfalla vagabonda, il suo male, e parve aver trovato un farmaco in Provenza, alla corte del Poggio. Ma il suo risanamento non piacque al marito della gentil medichessa; il volto del biondo trovatore fu orridamente sfregiato, e insieme con la bellezza andò la fortuna. Il paggio infedele di Ugo, diventato un vile borsiere, morì di mala morte, dopo aver trascinata una lunga ed ignominiosa vita, non di castello in castello, ma di tugurio in tugurio.
Madonna Giovanna rimase in vita, ma peggio che morta. Ella aveva apparenza di spettro, anziché di creatura vivente. La morte di messer Corrado, avvenuta qualche anno di poi, la sollevò del peso di mentire e le diede agio a struggersi in pace. Era tempo!
Ella comperò da Anselmo, rimasto erede di Benedicite che s'era spento in silenzio, la signoria di Roccamàla, e colà si ridusse a vivere, dopo aver ceduto il manièro e le ville di Torrespina ad un congiunto del marito. Aveva i capegli bianchi come neve; la persona pareva una statua di cera, che si muovesse per sottile artifizio d'ordigni nascosti. Per tutti i paesi circonvicini, nei quali ella spendeva ogni suo avere in limosine ai poverelli ed alle più bisognose famiglie, era chiamata la Santa di Roccamàla.
La sera del 29 novembre dell'anno 1295 aveva termine il suo martirio sulla terra. La notte innanzi ella aveva avuto una visione, la prima dopo cinque [pg!198] anni che recasse qualche sollievo alla sua anima travagliata. Ugo, il diletto Ugo, le era apparso, le avea perdonato, e la chiamava con sè. Svegliatasi, le parve di sentirsi meglio; passeggiò a lungo per la collina; sorrise e diè la mano da baciare a tutti i vassalli che s'abbattevano in lei e si ponevano ginocchioni sul passaggio della santa. La sera si recò a pregare presso la tomba di Ugo; la mattina vegnente vi fu trovata morta, distesa supina, le mani giunte, come esemplare all'artefice che doveva effigiarla sul sarcofago a lei preparato sotto la medesima vôlta.
Roccamàla, per suo testamento, convertita in monastero, durò ancora tre secoli; poi cadde, come tutto cade quaggiù, sotto i colpi del tempo e delle umane vicende. Di presente ell'è un ammasso di rovine, neppur visitato da' viaggiatori eruditi, poichè non si trova sulla via consueta di Firenze, o di Roma, e gli italiani conoscono a menadito i castelli del Reno, sanno ogni leggenda delle montagne svizzere, ma non si danno un pensiero al mondo delle antichità, nè delle memorie paesane.
Cotesto è forse pel loro meglio; imperocchè, fatti più dimestici con le antiche storie e con le forti schiatte vissute prima di loro, avrebbero troppa ragione di arrossire.
Me i casi della giovinezza, più che curiosità d'antiquario, condussero a quelle, come a tant'altre rovine di castelli vicini. Il signore di que' luoghi, che è il marchese di Ponzone (non si dolga l'ottimo gentiluomo che io scriva il suo nome e paghi un tributo di lode alla sua cortesia co' vivi ed al suo rispetto pei trapassati), ha con imitabile esempio fatto restaurare quanto più si poteva dell'antico manièro, dando [pg!199] onorato luogo alle lapidi sparse, e facendo un ossario di tutte le umane reliquie male sepolte qua e là sotto le macerie.
Ho letto, non tutte bene, poiché ve n'ha di assai guaste, le iscrizioni sepolcrali di Roccamàla. Eccovi questa, che era la più grande tra tutte, scolpita in caratteri gotici, la quale fa fede della barbara latinità monastica del secolo XIII:
Postquam lux abiit vigesima nona novembris,
Mille ducentis quinque et nonaginta peractis
Annis a Christo, tumulo requiescit in isto
Mente pia cunctis praestans comitissa Joanna
Quae potuit dici tamquam sine labe Susanna.
Praeteriit sed non obiit; Deus ille deorum
Hanc rapuit simul et statuit super astra polorum.