Povera donna! Tutto ciò che Helel avea presagito di lei, era pure avvenuto. Il morir subito, dopo ciò che ella seppe, le sarebbe stato ventura.
Che cuore fu il suo, come rimase di sasso, allorquando Fiordaliso si scusò a lei del non essere salito al ritrovo, il lettore potrà indovinare, non io per fermo descrivere. E colui che aveva scalato il verone? Non aveva egli il volto, la persona, i modi tutti del giovine trovatore? Poteva ella forse ingannarsi?
Ma il suo stupore divenne terrore, allorquando Fiordaliso, stretto dalle sue dimande, soggiogato dalla sua ansietà, ebbe a narrarle dell'incontro notturno, dello spirito malvagio e del cavaliero sconosciuto che gli stava daccanto. Chi era costui? Se lo infausto pellegrino di Roccamàla era tornato, il cavaliero sconosciuto non poteva esser altri che Ugo, venuto ai suoi danni, orrenda visione, dal regno della morte.
A mutare il dubbio in certezza, giunse due giorni di poi una paurosa novella. Il fulmine aveva distrutto la torre del Negromante in Roccamàla, facendola precipitar nel torrente. I messaggieri raccontavano, coi [pg!194] capegli ritti sul fronte e colla voce tremante, i particolari della luce rossastra che i famigli del castello avevano veduta apparire dal luogo maledetto, e come fosse fatto uno scongiuro, e come nella rovina della torre fosse perito fra Gualdo. I monaci del vicino convento erano andati il giorno appresso a rovistar le macerie per disseppellire il compagno. E l'avevano rinvenuto, orrendamente sfracellato, per modo che soltanto dai brandelli della tonaca s'era potuto chiarire chi egli fosse. Ma in quel mezzo (cosa da far raccapriccio!) i pietosi cisterciensi avevano trovato altresì il corpo d'un giovine cavaliero, che fu da tutti agevolmente riconosciuto per Ugo, conte di Roccamàla, morto e sepolto sei anni innanzi, da un altro lato del castello. Quel cadavere era fresco ed intatto; soltanto mostrava una cicatrice, quasi un marchio rosso, nel mezzo della fronte.
Cotesto aveva grandemente turbati gli animi dei vassalli della rocca. A tutti allora era sovvenuto della notte del 29 novembre, di sei anni innanzi, e della ospitalità concessa al maledetto romèo. Andati incontanente alla tomba di Ugo, l'avevano scoperchiata: era vuota! Impossibile il dubitare più oltre; quel cadavere fresco ed intatto era del conte Ugo. Un nuovo arcano recava la spiegazione del primo.
Ma dov'era stato per sei anni, e che cosa avea fatto il conte redivivo? Questa era la dimanda che tutti facevano. Fu allora che Enrico Corradengo venne fuori con una storia che mai fino a quel giorno aveva ardito narrare. Ansaldo di Leuca era vissuto pochi istanti ancora, dopo la partenza dei due vincitori dalla quercia di Marenda, ed egli aveva raccolto le sue ultime parole, nelle quali il nome di Morello era [pg!195] alternato col nome di Ugo di Roccamàla, come se il morente volesse dire di aver ravvisato l'estinto Ugo nel volto del vincitore, quando s'era inginocchiato su lui, per dargli il colpo della misericordia. Egli, Corradengo, l'aveva creduta sempre una ubbìa di Ansaldo, l'effetto di una allucinazione dell'agonìa, epperò non ne aveva mai fatto parola ad alcuno. Ora intendeva ogni cosa; e come fosse stato ucciso Ansaldo, e come egli, Corradengo, il forte Corradengo, avesse potuto esser vinto e beffato da un Rambaldo di Verrùa. Quello era un giuoco infernale, la vendetta di uno spirito.
Dopo queste novelle, era venuta in campo la pazzia del vecchio strozziere; la storia del cavaliero di Lamagna, che, comparso una volta, non era più tornato a ripetere il suo; il falso frate che, dopo avere straziato co' rimorsi il cuore di Benedicite, si era dileguato ghignando, e simili altre novità che poco lume avrebbero potuto recare da sole, ma che unite, disposte intorno ad un fatto, lo rischiaravano in ogni sua parte e ne faceano balzar fuori il concetto recondito.
Dolorosa, senza fine dolorosa, fu nella mente di quella povera donna la ricostruzione del passato, operata a stento con tutti que' particolari che giungeva tratto tratto a risapere. Che significavano tutte quelle vendette? Perchè Ugo il felice aveva eletto di finire a quel modo? La leggenda di Roccamàla, da lui reputata uno spauracchio d'anime volgari, era dunque vera? Lo spirito familiare del Negromante era venuto, e gli aveva fatto scorgere la vanità d'ogni cosa? Tutti coloro che la sua collera avea colpiti, tutti avevano obliato l'estinto. Ella stessa!... Il falso Morello.... [pg!196] Il falso Fiordaliso.... Già col primo infedele, sebbene nel pensiero, alla memoria dell'estinto, ella aveva ceduto al secondo!... Lo spirito esacerbato era stato mai sempre daccanto a lei; aveva vuotata a lenti sorsi la coppa del suo disinganno.
Così guidata da un tenue filo, ella avea indovinato, quantunque imperfettamente, ogni cosa. E ricordava allora le amare voluttà di una notte d'amore, certi sospiri, certe occhiate malinconiche dell'innamorato, che parea sopraffatto dalla sua medesima felicità; com'egli la stringesse forte nelle sue braccia, quasi volesse soffocarla, come si dimostrasse tenero, come tremasse all'avvicinarsi dell'alba. Ah, ma se ad Ansaldo di Leuca, all'amico traditore, egli si era fatto scorgere nell'ultima stretta, perchè a lei pure non s'era mostrato? Perchè non l'aveva uccisa allora, nel suo ultimo amplesso? Qual pietà era mai quella, che la condannava a struggersi lentamente di terrore, di rimorso e di vergogna?
Povera donna! povera donna! Sentirsi morire, e dover dissimulare la sua agonia al cospetto della sua gente, del marito e degli ospiti! Sapersi colpevole verso due, scorgersi involta in una trama mezzo umana e mezzo infernale, era un supplizio orribile ch'ella non potea a lungo durare.