— Adjuro te, Satana.... — borbottava intanto il povero monaco, già più morto che vivo.
— Suvvia, l'uscio è questo, e non dalla parete... —
Fra Gualdo, come il lettore avrà indovinato, voleva entrare in compagnia di qualchedun altro; però rallentava il passo e si tirava da un lato. Ma un ultimo spintone di que' capi scarichi gli fece, a suo malgrado, varcare la soglia.
— Ah! — gridò egli; e fu l'ultimo grido.
Ma la gaia brigata non lo intese; esso andò perduto in un lampo, in un rombo, in un frastuono, in un polverio, che fecero balzare indietro e cader tramortiti gli arcieri.
Quando si riebbero, un gran vuoto era dinanzi a loro; i lampi, rischiarando l'aria, mostrarono il vasto cielo nuvoloso. La torre del Negromante s'era inabissata, e fra Gualdo, il malo consigliero di mastro Benedicite, si era sprofondato con essa.
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[CAPITOLO XX.]
Come espiasse il suo fallo la dama di Torrespina.
Povera donna! Bene avea detto Ugo, la notte che fu di sua morte, pensando ai dolori che le erano serbati.