— Che diamine! Noi stavamo appunto per chiedere una ballata a Fiordaliso, il nostro bel paggio, che la pretende a poeta, e, in fede mia, non senza ragione.
— Mi sarà grato udire ciò che bisbigliano le Muse nell'orecchio di un sì leggiadro garzone.
— Oh, non vi aspettate grandi cose, messer pellegrino! — rispose Fiordaliso, che si era fatto rosso come una brace. — Io non ho studiato d'arte poetica, e vo strimpellando il liuto come un menestrello villereccio.
— Suvvia, Fiordaliso, non ci buttiamo giù di questa guisa! Il nostro ospite avrà forse udito più valorosi trovatori che tu non sia; ma io metto pegno che egli non rimarrà al tutto scontento dei fatti tuoi. Sentiamo dunque la tua ballata! —
Il paggio non si fece pregare più oltre, e andato a pigliare in un cantuccio il liuto, incominciò a trarne parecchi accordi, i quali volevano proprio dimostrare come il suonatore fosse stato troppo modesto, paragonandosi ad un menestrello giramondo. Quindi, giusta il costume degli antichi trovatori, non ancora perduto in que' paesi feudali, si fece a cantare in questa maniera:
— Conte Folco è prode e bello,
Esemplar de' cavalieri.
Fido albergo è il suo castello
Di dugento balestrieri.
Cento lance ei mette in guerra.
È possente e paventato;
Ma più ancora avventurato
Dell'affetto d'ogni cor.
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S'è felici in sulla terra
Fin che regni in terra amor. —
— Bene, Fiordaliso, bene! — gridò Ansaldo di Leuca.
E tutti in coro ripeterono il ritornello:
S'è felici in sulla terra
Fin che regni in terra amor.
Il giovinetto proseguì, accompagnandosi cogli accordi del suo liuto: