— Giobbe lo sa, mio nobil sere! — esclamò il pellegrino.

— Ah, lasciamolo in pace! — rispose il Corradengo. — Io, per me, tengo che se egli avesse vissuto ai tempi nostri, tra cavalieri, nessuno degli amici suoi lo avrebbe abbandonato nella disgrazia, e ognuno si sarebbe recato a ventura di spartire con lui. —

Il sogghigno di Aporèma si dipinse anco una volta sulle labbra del pellegrino. Il Corradengo, turbato, non disse più altro.

[pg!39] — E non si dirà nulla della donna del principe d'Idumea? — entrò Ansaldo di Leuca. — Io mi penso che questa dama, se pure c'è stata, ed ha operato secondo il detto della vostra canzone, messer pellegrino, non era donna di gentil sangue. L'amore è fortissimo e nobilissimo affetto, che vince ogni ostacolo, che sopravvive ad ogni sciagura, come c'insegnano esempi molti e recenti. Io vi prego, messere, se avete caro il vostro buon nome di trovatore, a non farvi udire nè da Matilde, contessa di Sciampagna, nè dalla marchesina di Monferrato, nè da Giovanna di Torrespina, la più savia come la più leggiadra gentildonna di cui cavaliero portasse mai i colori. —

Al nome della castellana di Torrespina, l'ospite sconosciuto fece un volto più umano, come chi intenda ad entrare nelle grazie di qualcheduno, o non voglia, per cortesia, far contro a giudizii che risguardano le persone.

— Tolga il buon sire Iddio, — rispose quindi ad Ansaldo, — che io voglia farmi udire a cantar sul liuto fuori di questa nobil brigata. Vi ho poi detto, messeri, che io non sono trovatore. La canzone di quel biondo alunno delle Muse mi ha messo in vena, e mi sono provato anch'io a dirvi la mia, tanto per fargli intendere quello che una lunga esperienza ha insegnato ad un povero vecchio; che tale io mi sono da lunga pezza, e abbandonato da tutte quelle dolci fantasie che illeggiadriscono la vita ai giovani cavalieri. Ma io so bene che i miei canti non potrebbero andare a grado di tutti, come so che la verità non è mai bella, nè lieta ad udirsi. —

Il conte Ugo uscì finalmente allora dal suo silenzio.

— Messer pellegrino, — diss'egli con molta [pg!40] gravità, — la vostra ballata è triste assai, ma bella del pari, e vi pone così alto nella mia estimazione che io non saprei dirvi di più. Voi siete il mio ospite per tutto quel tempo che a voi piacerà, e quando la mia casa vi riesca troppo uggiosa dimora, della qual cosa io sarò dolentissimo, il miglior ronzino, o palafreno di Roccamàla rimarrà vostro, e vostro il migliore de' miei falconi, se il passatempo di sant'Uberto v'è grato.

— Voi siete, messer lo conte, — disse il pellegrino inchinandosi profondamente, — il più magnifico e liberal cavaliero che al mondo sia. —

A Fiordaliso si sbiancarono le guancie; delle labbra non saprei dirvi, perchè il biondo adolescente, vinto nella sua poetica tenzone al cospetto e per sentenza di conte Ugo, le aveva raccolte tra i denti, e premea forte, in atto dispettoso. Era quello il primo giorno di sua vita che cosa alcuna gli avesse a dolere; e il cominciamento fu amaro.