Tanto per fare alcun che, e per non addimostrare il suo broncio, il povero paggio andò a togliere il liuto dalle mani del pellegrino e lo recò fuor della sala.
— Va, stromento d'inferno! — gridò egli stizzito, buttandolo su d'una cassapanca che era nella sua camera. — E adesso aspetta che io ti ripigli!
Il povero liuto, che non ci avea colpa, risuonò alla percossa; le corde mandarono un gemito, quasi un accento di rimprovero. Ma il paggio non si pentì dell'opera sua, e chiusosi l'uscio dietro le spalle, se ne andò a parare il vento su d'un terrazzo, molto lunge dalla sala dov'erano i convitati del conte.
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[CAPITOLO IV.]
Che cosa fosse, e perchè temuta, la torre del Negromante.
Levate le mense a notte alta, conte Ugo accomiatò gli amici, non già dal castello, perchè erano ospiti suoi, ma dalla sala del convito. Allora si fecero innanzi i famigli, che già stavano pronti con le torce di resina in mano, e scortarono ognuno dei nobili cavalieri nelle stanze a lui assegnate.
Per tal modo, non rimasero presso il conte Ugo che il pellegrino e mastro Benedicite, strozziere, maggiordomo, ser faccenda di Roccamàla.
Ugo era sopra pensieri, poichè la conversazione e il canto del suo nuovo ospite lo avevano fortemente turbato; ma siccome egli era gentil cavaliere, la mestizia non poteva fargli dimenticare il debito suo verso gli ospiti.
— Messer pellegrino — diss'egli — a me duole di non potere usarvi tutta quella cortesia che si vorrebbe per un uomo della vostra levatura. Roccamàla è un ampio maniero, ma pieno d'amici, ed io non posso offerirvi che un alloggiamento indegno di voi... salvo il caso che vi acconciate a riposare nella torre del Negromante.