— Ah! ci abbiamo dunque a Roccamàla una vecchia leggenda? — soggiunse il pellegrino. — Io son ghiotto di simili novità. Narratemi questa leggenda, Benedicite mi dilectissime! Se debbo andare a dormir nella torre, è pur ragionevole che io sappia....

— Ci andrete? — dimandò lo strozziere, guardando il pellegrino con atto di maraviglia.

— Se ci andrò? Lo chiedo per grazia profumata dal conte di Roccamàla. E chi sa che io, con le sante reliquie e le indulgenze che porto da Roma, non venga a capo di togliere dalla torre del Negromante...

— Ah! così voi diceste il vero! — interruppe mastro Benedicite. — Io, per me, con buona pace del magnifico conte Ugo, credo che ne sia grande il bisogno.

— Ma raccontatemi dunque, ve ne prego in nome dei vostri diletti falconi, o nobile accipitrario — disse il pellegrino, alludendo alla professione del falconiere — che cosa avviene egli in quella torre del Negromante?

— La è una storia lunga — rispose mastro Benedicite — siccome vi ha detto messer lo conte pur mo', ed ha cominciato da Ugo il Negromante, che dopo aver preso il convento ai monaci di San Bernardo, per farne una rocca, si trasse il diavolo in casa con le sue stregonerie.

— Cioè — soggiunse il conte — furono i monaci che inventarono questa storia del diavolo, per vendicarsi della perdita del convento. Ma basti, ve la dirò io, questa leggenda, poichè il mio falconiere ci menerebbe troppo per le lunghe. Si narra adunque che, dopo la morte di Ugo il Negromante, in certe [pg!44] notti dell'anno si vedessero apparir fiamme dalle finestre della torre che sta sul burrone; che poi queste fiamme si vedessero ogni notte; e v'ebbe chi giurò d'aver veduto nel bagliore il profilo del mio antenato. Altri disse del diavolo; altri di tutt'e due, che stessero amichevolmente a colloquio. Comunque sia, cose strane si vedevano; e frattanto, chi dormiva nelle stanze della torre non udiva mai nulla, non si addava di nulla; che anzi, appena postosi a letto, era côlto da sonno così profondo che fino a giorno inoltrato non c'era più verso di svegliarlo. Notate, messer pellegrino; non sono io che vi narro queste cose; è la cronaca di Roccamàla. Ed essa narra eziandio che, dopo molti anni di queste paurose apparizioni, uno dei miei maggiori, Aleramo il biancamano, mandò pei monaci, e con donativi alla loro comunità cercò di renderseli benevoli, affinchè cacciassero il demonio dalla torre del Negromante. Ma, o fosse che i loro scongiuri non approdassero, o che non bastassero i presenti del mio trisavolo, fatto sta che il demonio non volle uscir fuori, e bisognò chiamare quassù il santo vescovo Gualberto, uscito dall'ordine de' Cisterciensi medesimi, il quale una notte si chiuse nel luogo maledetto, dopo essersi fatto dare un foglio di pergamena, chiuso in una fascia di pelle nera, e non ricomparve che la mattina seguente. Ma egli pare che il santo vescovo avesse sfruttato per bene il suo tempo, imperocchè corse la voce che egli avesse parlato con lo spirito maligno, e trovatolo duro anzichè no, avesse pure ottenuto da lui la promessa di non rimetter più piede in Roccamàla, sotto certe condizioni, le quali furono scritte nella pergamena e sottoscritte dai due in formis ed modis. Dico bene, mastro Benedicite?

[pg!45] — Benissimo, messer lo conte, benissimo!

— E queste condizioni, — disse il pellegrino, che aveva mostrato di udire con molta attenzione la leggenda del suo ospite — quali erano esse?

— Affè, ch'io non saprei dirvele ora! — rispose il conte. — Ma egli mi par di aver udito che tra l'altre ci fosse questa di rinunziare a' suoi diritti di possesso su Roccamàla, fino a tanto non ci fosse tra i suoi signori un uomo contento. —