— Questo povero ragazzo non ha potuto aspettarmi più oltre. Svegliatelo, e ditegli che vada a letto e dorma a suo bell'agio, ch'io sono già nelle mie stanze e non ho bisogno di lui. —
[pg!49]
[CAPITOLO V.]
Nel quale è detto di ciò che vide il conte Ugo guardando la torre del Negromante.
Il giovine signore di Roccamàla, come fu giunto nella sua camera, licenziò i famigli e andò difilato verso il letto, superba mole di legno intagliato, con un largo padiglione di damasco rabescato, che era sorretto da quattro svelte colonne.
I letti antichi erano più sapientemente foggiati al sonno e ai gravi raccoglimenti della notte, che i nostri odierni non siano. Quel vasto e soffice strato a cui si saliva per un largo gradino che lo separava affatto dalla camera stessa in cui era collocato, quelle ampie cortine che scendevano in grandi pieghe a racchiuderlo da tre lati, lasciando anche dal quarto poco spazio alla luce, appartavano l'uomo dalle cose tutte e dai negozi della vita, celavano gli occhi suoi e lo spirito in una penombra particolare, su cui regnava la profonda quiete ristoratrice delle membra ed aleggiava Morfeo, il benefico nume.
Ma la quiete non era quella notte nella camera d'Ugo, e non poteva scender su lui, che portava il turbamento nell'anima; Morfeo non era ad aspettarlo tra le vaste pieghe del damasco rabescato, e non scese dal padiglione, quando Ugo andò sotto le coltri.
Il giovane pensava, pensava sempre, e le sue palpebre asciutte non sentivano il sonno. La ballata di Aporèma gli suonava ancora all'orecchio; le strofe, [pg!50] con molesta vicenda, gli si offrivano spiccate allo sguardo. Vedeva il convito degli angeli celesti, il venerando Sire e il beffardo tentatore degli uomini, vedeva Giobbe felice, poi caduto in basso stato, infermo e reietto; e udiva fischiare dinanzi all'Eterno questa amara sentenza:
Felice è l'uomo finchè la fede
Inviolata nel cor gli stà,
E il primo intonaco di ciò che vede
A brani a brani non se ne va.
Il primo intonaco! Viviamo noi dunque in un inganno continuo, non pure de' sensi nostri, ma eziandio della nostra ragione? Quello che io vedo non è sempre il vero; ma quando è esso il vero? E come potrò io sincerarmene? Ora, è egli buono, o franca la spesa il vivere, quando la vita non abbia altro pregio, fuorchè la fede che vive in noi, e non ha altro fondamento che in noi? No, certamente, una vita siffatta è diletto di sciocca gioventù, o necessità di paurosa vecchiaia, non degno ufficio dell'uomo che pensa.