— No, no, io non porrò piede sul territorio della repubblica genovese — gridò Ugo, a cui Aporèma andava ispirando grado a grado la memoria e i concetti del suo nuovo stato. — Giungerà colà lo ambasciator di mio padre; io mi fermerò in qualche luogo ad aspettar l'esito dell'ambasceria.

— A Torrespina, non è egli vero?... — chiese ghignando Aporèma.

— A Torrespina, perchè no? Cortese è il castellano, e il figlio del marchese di Monferrato è così [pg!81] orrevole personaggio, che ognuno abbia a tenersi d'avergli potuto dare ospitalità.

— Oh, se ne terrà, non dubitare, e se ne terrà eziandio non poco la castellana. —

A queste parole del demonio, che gli entrarono come la punta di un verrettone nel petto, Ugo di Roccamàla sobbalzò, scagliando al compagno un'occhiata sdegnosa.

— Suvvia! Vedremo tutti alla prova, e chi avrà il torto sarà tanto buon cavaliero da confessarlo. Vieni dunque; la tempesta s'è racchetata di fuori; tra poco a Falconara si sveglierà il campo, e se i tuoi cavalieri non ti vedono, penseranno un subisso di male venture. —

Così disse Aporèma, e preso per mano il conte Ugo, si dileguò con esso lui ne' vapori del nascente mattino.

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[CAPITOLO VIII.]

Nel quale si racconta di una gualdana che fa al castello di Torrespina.