Qualche mordace borsiero (che così chiamavansi italianamente i giullari) aveva detto il castello di Torrespina esser troppo grande per una così magra contea; la qual cosa ripeteano, sebbene con frase più misurata, gli uomini d'arme, dicendo che a ben sostenere il motto, in così largo giro di mura e di torri, sarebbe bisognato assai più di gente che il conte Corrado non potesse raunare.

Ma cotesta era una chiacchiera e nulla più, pel tempo in cui si vivea. Qual possente nemico avevano a temere i castellani di Torrespina? La signoria Del Carretto, divisa fin da cent'anni addietro in quattro marchesati, s'era da capo e più volte sminuzzata pel moltiplicarsi di quella stirpe, ed aveva inoltre perduto grandemente di sua possanza per molte concessioni dovute fare ai nascenti comuni; uno de' quali. [pg!87] il più ragguardevole, aveva anzi rivendicata la sua libertà.

Nè vuolsi tacere che Torrespina durava da un pezzo in buona pace ed amicizia con tutta quella pleiade di marchesi e conti delle Langhe. Giovanna, la divina Giovanna, era figlia di uno di loro, che abbiamo già nominato, il marchese del Cengio; epperò l'amicizia si stringeva ad alleanza. Amici erano i Roccamàla; i marchesi del Monferrato, poi, gli unici strapotenti dei quali si avesse per cosa alcuna a temere, a ben altre imprese tendevano l'arco; i re di Tessalonica, i cognati degli imperatori d'Oriente, non avevano per fermo ad invogliarsi di quelle piccoli corti vicine, alle quali anzi amavano essere amici, poichè riuscivano ad essere, anche senza addarsene, le loro scolte e le loro vedette.

Così raffidata per ogni verso, Torrespina era divenuta un convegno gradito di ozi nobileschi, di cacce, di giostre e di tenzoni poetiche. La presenza di una gentildonna colta e leggiadra come la contessa Giovanna, l'aveva tramutata in una vera corte d'amore, famosa quanto quelle di Provenza nelle canzoni dei trovatori e nella ricordanza de' cavalieri. Cotesto liberava il conte Corrado dalla necessità dispendiosa di un grosso presidio, e gli consentiva di impinguare lo scrigno di bei bisanti d'oro, per i quali egli serbava tutta la sua tenerezza.

Orrevole cavaliere, del resto, e punto nimico dello spendere, quando occorresse. A lui per fermo non avrebbe potuto andare lo scherno di Guglielmo borsiere, del quale racconta il Boccaccio, che essendo a Genova in casa di Erminio Grimaldo, universalmente chiamato messere Erminio Avarizia, e avendone avuta [pg!88] la preghiera ch'ei volesse insegnargli com'ei potesse far dipingere in sala alcuna cosa non prima veduta, prontamente rispose: Fateci dipingere la Cortesia. Siffatti insegnamenti non bisognavano al conte Corrado; e di vero, appena fu giunto in gran sollecitudine da lui il trovatore Rambaldo di Verrùa, per annunziargli l'arrivo di Morello, secondogenito del marchese di Monferrato, tosto per suo comandamento fu sossopra il castello, affinchè ogni cosa fosse in pronto per ricevere un ospite così ragguardevole, con tutta la gualdana che gli faceva cortèo.

Intanto Morello di Monferrato si avanzava con la sua gente, argomento di curiosità per tutti i terrazzani, che si avanzavano stupefatti sugli usci de' casolari a veder passare quella numerosa cavalcata.

Erano sessanta lance; ogni cavaliere accompagnato da' suoi fantaccini; tutti orrevolmente vestiti, i cavalieri d'acciaio, con cappe di lana, i fantaccini con succinti farsetti, anche essi di lana, e di colore amaranto, come le cappe dei cavalieri. Tutta questa gente procedeva in bell'ordine, che la era una meraviglia a vedersi; i cavalli, muovendosi in cadenza, faceano svolazzare i lembi delle sopravvesti e i cimieri piumati; le maglie d'acciaio, i ferri delle lance scintillavano al sole.

Ma sopra tutti attirava gli sguardi della gente il marchese Morello, bellissimo garzone, dai capegli biondi e dal volto roseo, allora sui ventiquattr'anni, cioè nel fior dell'età, felice trapasso dalla balda gioventù alla fermezza virile. Egli era vestito d'una finissima maglia d'acciaio che lo stringeva alla vita; ma sulla maglia gli ricadeva un sorcotto di seta, di colore amaranto, fatto a guisa di quelle antiche sopravvesti [pg!89] chiamate dalmatiche, le quali coprono il petto e le spalle, lasciando liberi i movimenti delle braccia e de' fianchi. Quel sorcotto portava ricamato sul dinanzi lo stemma dei signori di Monferrato, d'argento, col capo di rosso, ed altri fregi tutt'intorno, mirabilmente condotti.

Il giovine signore cavalcava un magnifico destriero, morello come il suo nome, vo' dire di manto nero, a cui faceva contrapposto il bianco cavallo di Rambaldo di Verrùa, altro nobilissimo animale. Ambedue pronti al passo, ed impazienti di freno; ma più di loro a gran pezza impaziente il biondo signore, che, giunto ad una svolta della strada dove s'incominciavano a scorgere le mura merlate di Torrespina, ficcò gli sproni nel ventre al destriero. Questi, rispondendo obbediente allo stimolo del suo signore, inarcò il collo, squassò la folta criniera e si messe al galoppo, quantunque in discesa, per la via che conduceva al fiume. E tutta la gente di Morello, mossa dall'esempio, lo seguitò di quel metro, con alto fragore di passi e di armature, e sollevando lungo il cammino percorso un nembo di polvere.

— Bello e nobil maniere è Torrespina! — esclamò messer Brandalino di Cocconato, che galoppava al fianco del marchese Morello. — E' merita invero che si corra a precipizio per giungervi. —