— Il quinto — proseguì il nipote — son gerfalchi, li quali passano tutti gli uccelli della loro grandezza, e sono forti, fieri, ingegnosi e bene avventurati in cacciare e in prendere; il sesto è il sagro, molto grande e somigliante allo sparviero.

— All'aquila! all'aquila! — interruppe mastro Benedicite. — Vedi mo', Anselmuccio, questo è appunto un sagro; o dove ti sembra egli che rassomigli allo sparviero? Quello che tu di' è l'astore, non già il falco sagro.

— All'aquila; — soggiunse il ragazzo, risovvenendosi, — ma, degli occhi, del becco, delle ali e dell'orgoglio somigliante al gerfalco. Il settimo....

Mastro Benedicite non aveva messo a tortura il nipote, che per farlo giungere a quel settimo.

— Eccolo, il settimo, — interruppe egli con aria di trionfo — eccolo, il randione, cioè, il signore e re di tutti gli uccelli, che non è niuno che osi volare appresso di lui, nè dinanzi. Vedi, figliuol mio, tu lasci il randione contro qualsivoglia uccello munito di poderose ali, e non c'è verso di fuggirgli; cadono tutti tramortiti in tal guisa, che l'uomo li può prendere, come fossero morti. —

E ciò detto, essendo finito con la lezione il pasto [pg!10] delle sue bestie nobilissime, mastro Benedicite si volse da capo al beniamino randione:

— Non è egli vero, fili mi dilectissime, che voi siete uccello da cosiffatte prodezze? Or via, pigliate il cappello e buona notte. Salve tandem!

Il falcone, con la mansuetudine di tutti i suoi pari, quando siano manieri, e stati da gran pezza a scuola sotto un buon maestro d'arte aucuparia, raffermò con moti quasi soavi le palpebre, si lasciò incappellare come un membro della confraternita della Morte, e coi geti annodati ai piedi si pose chetamente sul bastone a dormire.

Ora, in quella che mastro Benedicite si metteva attorno agli altri falconi per far loro il medesimo uffizio, si affacciò sull'uscio della falconeria un famiglio.

— Ohè, mastro Benedicite, s'ha egli da alzare il ponte, questa sera?