Morello, come fu giunto sotto la quercia, scese d'arcione, e lasciato il palafreno ai donzelli, si fermò [pg!128] con le braccia incrociate sul petto a contemplare la campagna e i monti lontani.

— Che guardi tu, ora? — gli chiese Rambaldo.

— Di là da que' greppi, verso Roccamàla, dov'è morta e sepolta la felicità di conte Ugo....

— Ahi poca fortezza d'animo! — disse Rambaldo. — La mesta sapienza di Morello non val forse la sciocca felicità del cieco signore di Roccamàla?

— Sarà, — rispose il giovine, mettendo un sospiro, — ma io ero felice!...

— Sì, — soggiunse l'altro ghignando, — col tuo fedele Ansaldo di Leuca....

— Ah! non mi parlare di lui!

— Sto zitto; eccolo appunto col sozio, che viene a questa volta. Ve' i capi scarichi! E' stancano fin d'ora i destrieri. —

Infatti Ansaldo di Leuca e il Corradengo venivano di buon trotto al luogo del convegno sui loro destrieri di battaglia, e con le lance sull'arresto della staffa.

Appena li ebbe veduti, Morello, che già era smontato dal palafreno, siccome s'è detto, fu sollecito a salire sul destriero. Raffermatosi in sella, volle sincerarsi che la sua mazza d'armi pendeva dall'arcione. Calò la visiera, imbracciò lo scudo e tolse la lancia dalle mani del donzello; si curvò un tratto per carezzare con la manopola le nari del cavallo, e il generoso animale rispose a quel tocco amorevole del suo signore, con un dolce nitrito; quindi, dato di sproni, lo fe' voltare indietro per pigliar campo, intanto che gli avversarii giungevano.