Rambaldo, da esperto cavaliere, lo aveva prontamente imitato.
[pg!129] — O che vuol dire, messeri, — gridò Rambaldo, salutando con una arguzia i nuovi venuti, — che il sole di questi Appennini è tanto scortese con voi?
— Perchè dite voi ciò? — chiese ruvidamente il Corradengo.
— Perchè egli mi sembra, — rispose Rambaldo, — che non voglia punto saperne di ammirar le prodezze de' barbagianni delle Langhe contro i poveri astori del Monferrato. —
Il Corradengo si morse il labbro e non rispose; ma per lui rispose il braccio, crollando fieramente la lancia in atto di minaccia.
— Ah! ah! Sta bene; — soggiunse Rambaldo ghignando, giusta il costume, — che cosa intendete di dire con quel vostro giunco in aria? Calatelo alla misura della mia testa, e vedremo! —
Fu quello il segnale del combattimento. Ficcati gli sproni ne' fianchi ai destrieri, corsero tutti e quattro, rovinarono gli uni sugli altri, con le visiere calate, il corpo piegato sul dinanzi, lo scudo raccolto sul petto e la lancia bassa. A que' tempi non era anche inventata la resta, grosso ferro saldato alla corazza, su cui poggiare l'impugnatura della lancia perchè il colpo riuscisse meglio assestato, epperò l'antenna si volgeva diritta al petto dell'avversario tenendola a gran forza di braccio raccomandata sotto l'ascella.
Le lance dei due maggiori combattenti si scontrarono con tutta la veemenza che era loro conferita dall'impeto delle cavalcature. Ma la lancia di Ansaldo colse di sguancio un lato dello scudo di Morello, e il colpo andò a vuoto; laddove il ferro della lancia avversaria imbroccò il suo così forte che essa si piegò [pg!130] ad arco, e, rimanendo egli saldo in arcioni, andò in ischegge fin quasi all'impugnatura. S'impennò a quel cozzo il cavallo di Ansaldo, e fe' cadergli la lancia di pugno. Ambedue allora, seguendo l'impeto dei destrieri, trascorsero il campo, andando a fermarsi più lunge, l'uno al posto dell'altro.
Morello intanto era stato sollecito a gittar via l'inutile troncone, dando in quella vece di piglio alla sua mazza, arma poderosa la quale portava ad uno dei capi, raccomandata ad una breve e solida catena, una grossa palla di ferro, armata di aculei, che dovevano essere la misericordia di Dio per quelle membra sulle quali andassero a cadere. E già fornita la carriera, il valoroso giovane avea voltato il cavallo per muover da capo sull'avversario; ma ciò ch'egli vide accadere in mezzo al campo, tra gli altri due combattenti, lo fe' rimanere ammirato a guardare.
Ansaldo di Leuca, s'era fermato del pari, ma con animo ben diverso, imperocchè aveva veduto il suo compagno a mal partito, disteso a terra supino, con un piede ancor nella staffa e le mani aggrappate alle redini del suo destriero, che sparava calci per liberarsi da quella stretta, e frattanto, ne' suoi sbalzi a dritta e a manca, lo trascinava dietro di sè.