Nel quale si legge di mastro Benedicite, come tornasse ad aver paura del diavolo.

— Che vuoi tu? — chiese l'antico strozziere, dopo che ebbe squadrato dal capo alle piante il nuovo venuto. — In qual tuo bisogno può egli giovarti il conte Anacleto di Roccamàla! —

Il conte di Roccamàla! E' bisognava vedere come egli si gonfiasse, mettendo fuori quel nome, che aveva (così pensava egli) ad abbacinare il nuovo testimone della sua grandezza. Ma ohimè, nulla è durevole quaggiù, e quell'impeto di felice superbia aveva ad essergli ricacciato in gola.

— Voi? — esclamò il nuovo venuto, con atto di beffarda incredulità. — Vive egli forse un conte di Roccamàla, poiché messer Ugo il felice ha pagato il suo tributo alla gran madre antica? —

Il conte Anacleto (conte per grazia sua, come i lettori già sanno) fu ad un pelo di uscire dai gangheri. Un'occhiata di frate Gualdo, che era lì presso e gli mostrava il cielo con le palme tese, giunse in tempo a trattenerlo. Si morse il labbro e quindi, sorridendo a malincorpo, uscì in queste parole:

— Tu vieni da lunge?

— Sì, messere; vengo da terre assai lontane, e diverse eziandio di costume da questa, imperocchè laggiù non si usa favellare così alla domestica coi forastieri, [pg!145] come voi fate ora, dando del tu a cui non conoscete.

— O che? — rispose lo strozziere ghignando. — Sareste per avventura il duca Namo di Baviera?

— Lasciate le arguzie da banda; io mi son cavaliero e basta, se pure non ce n'è d'avanzo.

— Sia, messere; ma, in verità, il vostro arnese....