— E tu? — disse l'altro, obbedendo.
— Anch'io; — rispose Raimondo, ricusando la poltrona che Filippo gli offriva col gesto, e prendendo in quella vece una scranna. — Vedi come son calmo; — soggiunse, poichè fu seduto. — Pure, ecco un uomo, al quale tu hai tolta la pace e l'onore. —
Filippo Aldini finse di guardarlo con aria trasognata. Ma poichè all'artifizio della bugia non poteva durare, non aggiunse all'atto la ipocrisia della parola; ed anzi il suo atto di stupore si mutò rapidamente in un altro, di rassegnazione umiliata. Ah, se quell'uomo gli fosse capitato là con una rivoltella in pugno, e d'un colpo lo avesse freddato, certo gli si sarebbe mostrato più umano, che non tenendolo lì, alla tortura d'un colloquio angoscioso, lasciandogli pensare la triste cosa che pensò in quel momento supremo.
— Margherita! immagine cara! Perduta, dunque, irremissibilmente perduta! È il destino. —
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XV.
Fermi ai patti!
Stettero muti a lungo, guardandosi; Raimondo più risoluto e severo, come ne aveva diritto; l'altro quasi timido, e profondamente umiliato, come doveva. Era il duello morale che incominciava, prima del duello materiale; era la punizione anticipata, in quel fronteggiarsi di due uomini, uno dei quali si poteva dire il giudice, e l'altro era certamente il reo.
Raimondo Zuliani fu il primo a rompere quell'angoscioso silenzio.
— Ma dimmi, — incominciò, — perchè io conosca il segreto della umana ipocrisia.... un segreto che non ho mai potuto comprendere, e nemmeno concepire.... come hai potuto mentire così lungamente, così vilmente con me? —