— Ecco una strana avventura! — disse il signor Anselmo tra sè, come fu entrato in casa di Filippo Aldini, ed ebbe preso posto sulla poltrona che questi gli offriva.
Filippo si era seduto dopo di lui, sopra una scranna, ma standoci, anzi che seduto, appoggiato, col capo basso e il petto in fuori, mezzo inginocchiato tra l'orlo della scranna e l'orlo della scrivania che gli stava davanti. Si era rimpicciolito, in tal guisa, umiliato nel cospetto di quell'uomo, che doveva esserne il suo giudice.
— Signor Cantelli.... signor Anselmo.... — incominciò, — vuol essere il mio confessore, ed accogliere la mia confessione generale? So che Ella aveva.... ed ha ancora buone intenzioni per me. Per tutto ciò che risguarda la mia vita di cittadino e di soldato, di onest'uomo e di gentiluomo, credo di esserne degno.
— Lo so; — disse il signor Cantelli. — L'amico Zuliani me ne ha scritto quanto occorreva. Anche da Parma ho saputo molto, ed altamente onorevole, della sua gente e di Lei. Ma certo, a me sarebbe bastato ciò che mi asseriva, sulla propria fede, un uomo d'alta probità, un uomo d'oro, come Raimondo Zuliani. —
Filippo abbassò il capo ancor più che non avesse fatto in principio.
— Ahimè! — diss'egli. — Il signor Zuliani si è in qualche punto ingannato. Aggiungo, col rossore della vergogna sul viso, che quell'uomo ottimo non poteva non ingannarsi. Ho dei torti, e gravi, verso di lui, che [pg!263] egli non conosceva ancora, scrivendole. Non inarchi le ciglia, La prego, non mi levi il coraggio di proseguire. Debbo confessarle sinceramente ogni cosa, chiedendole, per altro, d'ogni cosa il segreto.
— Ella mi ha preso per confessore; m'investo del sacro ministero. Non abbia dunque verun timore; manterrò gelosamente il segreto. —
Così disse il signor Anselmo, più inquieto che mai, ma disposto a prestare la più viva attenzione.
Filippo Aldini, sempre incurvato sul braccio e mezzo inginocchiato com'era, incominciò toccando brevemente del servizio militare abbandonato, del suo stabilirsi a Venezia, del suo vivere elegante, ma non al tutto dissipato, del suo spendere misurato, dello aver conosciuto il banchiere Zuliani, incaricato di rimettergli le sue modeste rendite, e infine dell'essere entrato, senza secondi fini, naturalmente, per semplice bontà di Raimondo Zuliani, in grande dimestichezza con lui.
Qui il primo guaio; qui la cagione d'ogni male per ambedue. Si erano troppo fidati, Raimondo della virtù dell'amico, egli della sua propria forza, che veramente poteva bastare, essendo corazzata di bella indifferenza. Come si perdette egli? come naufragò la sua buona e leale amicizia, tra le lusinghe del palazzo Orseolo? Cavalleresco ossequio, rispettosa confidenza, erano questi i termini, non varcati per un pezzo, delle sue relazioni colà. Certamente, la rispettosa confidenza e l'ossequio cavalleresco non potevano escludere quel tanto di galanteria superficiale ed innocente che si usa in società con le dame, zucchero in polvere, con quintessenza [pg!264] di sottili profumi, senza cui pare che il mondo elegante non possa vivere, temendo sempre che certa riserbatezza puritana di modi lo conduca a morir di noia. Intanto, si può egli ricordare con precisione quando e come si varchino certi confini, sempre male segnati? e quando e come sia nata quella confidenza più intima, che è già un principio di complicità, per cui l'uno sovrabbondando e l'altro cedendo, si dispone in tortuosi giri quel nodo, che una volta formato stringe e lega due esseri? Una preferenza insignificante a tutta prima, un servizio da nulla esagerato dal sentimento, una frase spensieratamente più tenera tra i fumi di un convito, gli ardori e le fragranze arcane, tra le ebbrezze di un ballo e le libertà d'una veglia mascherata.... Che dire, e che cercare di più? Il signor Anselmo, il confessore, il giudice poteva intender questo, ed altro a sua posta.