Filippo era sulle spine; e doveva mostrarsi tranquillo, accogliendo lietamente gli augurii dell'amico Raimondo.
— Senza conoscerla! — esclamò egli, tanto per dire qualche cosa.
— Eh, pensiamo se tu, almeno tu, non te ne sarai formato un'idea! — incalzò Raimondo. — Nella mente d'un giovinotto, o nel cuore, la futura compagna della vita c'è sempre, immagine vaga, da principio, ma che a [pg!30] poco a poco va prendendo i precisi contorni di una giovine e conosciuta bellezza. Dico bene?
— Ottimamente! — gridò il Gregoretti. — Dopo la prosa robusta, ci dai la prosa elegante, la prosa poetica.
— L'argomento ne franca la spesa; — rispose Raimondo, i cui occhi andavano come per incanto verso la signorina Margherita.
La fanciulla teneva i suoi molto bassi, avendo l'aria di voler aggiustare una piega della sua sopravveste. Ma intanto si era fatta un po' rossa, dal sommo della fronte fino alla radice del collo. E stava bene così, era più bella che mai, mettendo in mostra il volume dei capelli neri, ondati e lucenti, che sull'incarnato del viso luccicavano due volte tanto, con mobili riflessi turchini. Bella e divina creatura! Un poema, l'aveva dichiarata il Gregoretti, quella medesima sera, vedendola per la prima volta nel salotto della signora Zuliani. Perchè poi un poema? Ci sono tanti poemi brutti! e tanti altri mediocri!
Ma il paragone, antico oramai, doveva essere stato fabbricato nel tempo che di poemi, in Italia, si conoscevano soltanto i divini, quei tre che tutti sappiamo; dopo i quali, chiudi e sigilla, che il conto è fatto.
— Dunque, — ripigliò il Gregoretti, tenendo bordone a Raimondo, — vogliamo bere alla futura sposa del nostro Aldini? Egli è qui l'unico scapolo in età da pentirsi. Péntiti, don Giovanni! —
Eh, don Giovanni nel profondo del suo cuore non avrebbe chiesto niente di meglio. Ma lì per lì sentiva corrersi un brivido per l'ossa.
[pg!31] — Anche tu? — diss'egli volgendosi al Gregoretti, con aria tra confusa e seccata.