— Anch'io, sicuro, e tutti quanti siam qui, a volerti bene. Péntiti, don Giovanni! —

Filippo Aldini guardò intorno a sè, con occhi smarriti, come d'uomo in punto d'affogare. Tutti, col calice in mano, gli ripetevano la medesima frase. “Péntiti!„ diceva il Ruggeri; “péntiti!„ il signor Telemaco, che in verità non diceva nulla, ma consentiva col gesto, e nel gaio concerto delle voci pareva aggiungere la sua. Ma era dunque una congiura? un colpo premeditato?

— Lo senti? Te lo dicono tutti in coro; — gridò Raimondo Zuliani, ridendo a più non posso. — Péntiti, don Giovanni! —

E si rivolgeva, ciò detto, alla sua Livia, come per invocarne l'aiuto.

— Ma sì, — aggiunse allora la signora Zuliani, con la sua vocina sottile, e accompagnandone il suono con un moto grazioso della sua testina bionda, — perchè non si pentirebbe, don Giovanni? —

Filippo Aldini era fuori di sè dalla stizza. Ma egli sentì che a durarla ancora un tratto, sarebbe diventato ridicolo, con quella cera da funerale, in mezzo a tanta allegria che pareva volersi rovesciar tutta su lui. A farlo a posta, anche la padrona di casa si metteva dalla parte dei canzonatori.

Accettò dunque l'invito, come se fosse stato un comando; levò il suo calice, lo vuotò fino all'ultimo sorso, e rispose con accento risoluto:

— Sia, poichè tutti lo vogliono; mi pentirò. —

[pg!32] Ebbe naturalmente un applauso da tutti; e dopo l'applauso un premio speciale dal Gregoretti.

— Così va bene; — disse il poeta mattacchione. — Fin da domani metto la Musa in molle, e ti preparo l'epitaffio. —