Margherita era un angelo davvero, un angelo di bellezza e di bontà. Serena senza sforzo, modesta senza ostentazione come senza scioccheria, sapeva molto e non ne faceva pompa, neanche quando l'occasione potesse giustificare una certa solennità di discorso. Con tanta grazia penetrante, unita ad una così sfolgorante bellezza, colpiva al primo incontro, e colpiva in pieno; bisognava amarla senz'altro. Filippo aveva preso fuoco, necessariamente; ma si era anche saputo dominare, lì per lì, proprio in quel punto, e per le istesse ragioni che lo avevano fatto ardere, alle evocazioni gentili della sua città natale, della sua gente, del suo palazzo, che bisognava riscattare, fortemente volendo. Quel fuoco, a mala pena divampato, si era chiuso nel cuore di lui, per isforzo violento della sua volontà; doveva restar lì, vivo ma cheto, come quello che cova sotto la cenere. E cenere; ahimè, non ne mancava in quel cuore.
Fu ancora uno sforzo di volontà la sua risoluzione di non ritornare una quarta volta dalle signore Cantelli? Una simile risoluzione parrà strana, o non parrà, secondo che si consideri il caso di Filippo Aldini. Certo, quando s'incontrano donne come quella, che pareva un angelo a [pg!48] lui non meno che all'amico Zuliani, bisogna amarle senza misura, senza ritegno, da pazzi; e la cosa è chiarissima, perchè di quelle donne non se ne incontrano due nella vita. Ma ancora bisogna fuggirle; e questo non è meno evidente, chi si trovi nelle condizioni di Filippo Aldini. Buon sire Iddio! Se quella angelica creatura è ricca, troppo ricca per noi, non si potrebbe egli credere, nel mondo sciocco e cattivo, che si volesse fare un matrimonio d'interesse, il matrimonio brillante, che sorrideva, per utilità di Filippo, alla ferace fantasia di Raimondo Zuliani?
Il conte Aldini non ritornò dunque per la quarta volta al Danieli. O, per dire più esattamente, ci ritornò, colla ferma intenzione di non salire le scale, ma di chieder notizie della signora Eleonora, e lasciare un biglietto da visita, a prova della sua sollecitudine per la salute di lei. La signora, per fortuna, era ristabilita del tutto, e fuori, per l'appunto, in compagnia della figliuola; ottima occasione per lasciare quel biglietto di visita, a testimonianza di un dovere compiuto, e non soltanto del desiderio di chieder notizie. Dopo quel giorno, se s'imbatteva per via nelle signore Cantelli, faceva un gran saluto, e magari una fermatina di convenienza, per barattar quattro parole, non osando accompagnarle, nè offrirsi in nulla al loro servizio. Naturalmente, la signora Eleonora non gli chiedeva: “perchè non vediamo più il nostro cicerone, così garbato e così utile nei primi giorni che l'abbiamo conosciuto?„ Nè questo, nè altro di simile, si poteva dir mai; che sarebbe stato sconveniente, come se davvero le signore avessero creduto di prendere ipoteca [pg!49] su lui; e d'altra parte, come sappiamo, la signora Eleonora stava sempre un pochino in sussiego, facendo meno parole che le fosse possibile. Pareva orgogliosa, con quella sua aria e con quella sua andatura intirizzita. Nel fatto era una creatura di mediocre istruzione, ma di grande buon senso; e taceva molto, temendo sempre di dir qualche cosa che non fosse a punto e virgola. Donna rara!
Occupatissimo al suo banco in quella fin d'anno, Raimondo Zuliani non aveva chiesto, nelle sue rare e brevi apparizioni al Danieli, se l'amico Aldini fosse assiduo al suo ufficio di cicerone. Si meravigliò forte quando sentì finalmente che non si lasciava veder troppo. Oh, ma ci avrebbe messo buon ordine lui. Perciò quell'alzata d'ingegno del brindisi; e l'aveva rinfrancata con altri argomenti, scendendo le scale del palazzo Orseolo, per accompagnar le signore Cantelli fino all'imbarco. Là, alla svolta d'un pianerottolo, prendendo pel braccio il suo Pilade, gli aveva bisbigliato all'orecchio:
— Senti, o la sposi, o non ti conosco più per amico. —
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IV.
Batti il ferro mentre è caldo.
Alla signora Zuliani accadde di respirare più liberamente, quando l'ultimo de' suoi convitati ebbe preso congedo. Anche quella noia era dunque passata, e bisognava renderne grazie al cielo. Le restava, nel ritirarsi ai dolci riposi, una piccola curiosità, tutta femminile; sapere che cosa mulinasse Raimondo, con quelle sue tenerezze per le signore Cantelli. Aveva egli bisogno di entrar maggiormente in grazia al collega di Milano, per agevolarsi qualche grossa operazione bancaria con lui? Non era da crederlo. Raimondo si sentiva forte abbastanza da spiccare ogni volo più ardito; non era più nella condizione di cinque o sei anni addietro, quando aveva passato quel brutto quarto d'ora a cui per l'appunto egli si riferiva due giorni prima discorrendo con lei. Si trattava dunque d'un sentimento di gratitudine? Forse sì, quantunque paresse un po' spinto; fors'anche era da vederci il proposito di compensare la freddezza di sua moglie verso quelle care viaggiatrici, che volevano [pg!51] metter le barbe a Venezia. Altro, del resto, non c'era, non ci poteva essere; e se fosse stato, bisognava riderne, come d'un sogno ad occhi aperti. Quel brindisi, veramente, avrebbe potuto dar da pensare. Ma infine, la curiosa manìa di ammogliare l'universo mondo era antica nel suo signore e padrone: quante volte, infatti, non gli era accaduto di prodigar consigli ed esortazioni di quel genere a chi mostrava di non volerne approfittare? Quella notte la esortazione era stata più calda; ma che cosa non fa un bicchiere di più, tracannato in allegra compagnia? e in particolar modo di Sciampagna, che è vino tenero, se altro fu mai, e singolarmente propizio alle effusioni dell'anima?
Quanto a Raimondo, egli sapeva bene una cosa; che la sua Livia non poteva soffrir le Cantelli.