— Ferma lì, per carità! — gridò Raimondo, con accento sbigottito. — Metti al dodici il mio amico Filippo. Non vorrei che toccasse il tredici a lui, poveraccio.
— Mettiamolo al dodici; — concesse la signora, con aria di somma indifferenza. — Al tredici andrà il povero signor Telemaco. Per fortuna, non ha da sapere a che numero ci casca. Verrà poi tua madre? Finora non c'è lettera, nè telegramma.
— Se non verrà, — disse Raimondo, trattenendo un sospiro, — avremo sempre sotto la mano il mio ottimo Brizzi.
[pg!5] — Invitalo dunque senz'altro.
— No, questo, no: non gli anticipiamo la noia. Tu sai bene che il mio eccellente segretario, il mio braccio destro, si ritrova piuttosto male colle cerimonie, e più volentieri passerà la gran notte con una mezza dozzina di amici al Cappello Nero. Avremo tempo a propinargli l'amaro calice domani, se sapremo che la mamma non viene. —
E represse, così dicendo, un altro sospiro. Ma non voleva esser triste; sopratutto non voleva parer tale.
— Che stravaganza, dopo tutto, questa superstizione del numero tredici! — ripigliò, facendo bocca da ridere.
— L'hanno tanti! — disse Livia.
— E credo che facciano un po' tutti per chiasso; — proseguì Raimondo; — come quel tale che mi diceva coll'aria e coll'accento più grave del mondo: quando si è in tredici a tavola, accade sempre questo, che uno dei tredici muor sempre, o presto o tardi, prima degli altri dodici.
— Bella novità! — esclamò la signora, non potendo trattenersi dal ridere.