— Ma se lo dico io, che sei un angelo! — gridò Raimondo che vedeva finire in un'aperta di cielo quella mezza burrasca. — Hai le tue piccole antipatie, veramente.
[pg!151] — No, caro. L'oca mi dà un po' di noia, ecco tutto. La figlia è carina, e le rendo giustizia. Carina per ora, intendiamoci; bisognerà vedere come metterà.
— Oh Dio, degli altri dubbi?
— Già; se diventasse un'oca come sua madre, che brutti giorni al signor conte! —
E ripigliava a ridere, la signora Livia, a ridere più che mai, fino alle lagrime, e facendosi ritornare il singhiozzo.
Raimondo pensò che quello fosse un ridere troppo forte per troppo lieve cagione. Ma conosceva il carattere di sua moglie, con quella facilità di andare agli estremi. Ora tra un estremo e l'altro, era da preferirsi quello del ridere. Il ridere fa buon sangue, finalmente. Ed egli poteva consolarsi pensando al titolo di una commedia dello Shakespeare: All's well that ends well; è tutto ben quel che finisce bene. Per tali ragioni Raimondo Zuliani se ne andò quel giorno assai felice al suo banco; felice ancora di essersi sollevato d'un gran peso, confidando alla sua Livia il segreto che gli doleva di aver mantenuto troppo a lungo con lei.
Quel giorno, ancora, a pranzo, la bella signora trovò nella sua salvietta un astuccio di velluto azzurro che prometteva gran cose.
— Un gingillo, — disse Raimondo, con aria modesta; — ed era un gioiello di grandissimo prezzo, una vera meraviglia, un regalo da principe.
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