— Via, fammi il piacere! — gridò Raimondo. — Che cosa ci hai, contro quel poveretto?
[pg!156] — Niente; che vuoi ch'io ci abbia? O piuttosto, sì, pensandoci meglio, sento di averci qualche cosa. Prima d'ora, lo stimavo; oggi.... mi pare un altro uomo, e un altro carattere. Sai che son fatta così; quel che penso debbo dirlo, o lasciarlo capire. E intanto, con tutto quello che penso, dovrò, per far piacere a te, parlargli della felicità che lo aspetta, e rallegrarmi con lui della gloria di quei due milioni, o giù di lì, che la fortuna gli porta.
— È tutto qui? — disse Raimondo. — Non gliene parleremo.
— Sarebbe l'unica; — consentì la signora. — Ma tu col tuo fare così largo, così espansivo, sarai capace di star zitto? —
L'osservazione non era piacevole; ma Raimondo ebbe il buon senso di mandarsela in celia.
— Ah sì, birichina? Perchè non ho saputo tenere un segreto con te, mi credi incapace di star zitto con gli altri? Ma con te era un'altra cosa, mia bella. Non potevo tacerti più a lungo un'idea che mi premeva tanto, e che contro il tuo pensare, permetti, mi pareva e mi pare sempre più una bella cosa.
— Puoi dirla anche bellissima; — rispose la signora. Che si canzona? Un milione e duecento cinquantamila lire, e poi la dote di cinquecentomila.
— No, cara; la dote prima, l'eredità poi, e speriamo assai tardi.
— È tutt'uno; e verrà egli in possesso di tutto.
— Neanche questo; sarà tutta roba dei figliuoli.