Nel fatto, la signora Livia non sentiva nessuna tenerezza pei bambini, e l'esserne senza poteva anzi parerle una benedizione del cielo. Pensava ella pure che con simili impicci al fianco, gioventù e bellezza ad un tempo si sciupano? Certe cose si sentono, anche confusamente, nell'anima, senza bisogno di pensarci su; e voi le potreste leggere espresse a chiare note di serenità e di contentezza sulla fronte di parecchie donne, se non a dirittura di molte. Strano, non è vero! Si è tanto detto e creduto che Dio abbia spirato in ogni donna il senso della maternità, quel senso arcano e ineffabile che in tutte si rivela, fin dagli anni più teneri, nell'amor della bambola! E questo pensava alle volte anche Raimondo Zuliani; ma oramai senza fermarcisi troppo.

— Oh, finalmente! — diceva egli tra sè, — che cos'è questa maternità? Un istinto. E che cos'è un istinto? Un moto interno, naturale, involontario, irresistibile; [pg!13] impulso oscuro, adunque, una forza cieca, che ci accomuna, nell'adempimento di certe funzioni, ad ogni specie di animali. È della natura umana, o dovrebb'essere, il ribellarsi a questa forza cieca, per seguir la ragione. È chiaro poi, che se avessi figliuoli, io dimezzerei l'amor mio. Livia dice benissimo; lasciamo dunque l'istinto alle bestie. —

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II.

Pentiti, don Giovanni!

San Silvestro era venuto, ma solo soletto, portando sul Canal Grande, nell'antico palazzo abitato dai signori Zuliani, una lettera di Belluno. La signora Livia ci aveva azzeccato; lettera o telegramma che fosse, la mamma, come si soleva chiamare in famiglia la vecchia signora Adriana, avrebbe scritto di non potersi muovere. Ragione, o pretesto? Pareva una ragione, poichè la lettera parlava di un nipotino che era a letto colla rosolia; pareva un pretesto, poichè la lettera soggiungeva non trattarsi di cosa grave, bensì di una forma benigna, assai benigna, di quella inevitabile malattia da bambini. Ma infine, pretesto o ragione che fosse, il piccino voleva sempre la nonna al suo capezzale, e non c'era modo di spiccarsene. Raimondo lesse, e sospirò, com'era il suo fare; ma non aggiunse parola.

Così, anche su d'un altro punto, aveva ragione sua moglie; avevano corso il rischio di essere in tredici per la cena del capo d'anno. Bisognava ad ogni costo mettere il sequestro, sulla persona del signor Brizzi; e il [pg!15] sequestro fu messo quella mattina, appena Raimondo ebbe fatto ritorno al suo banco.

Il signor Brizzi era il segretario del banco Zuliani, il braccio destro di Raimondo, quello che faceva andare la macchina, e diciamo pure la zecca, poichè era una macchina da far quattrini. L'onestà certamente è la base d'ogni commercio; e quantunque molti ne facciano senza, non bisognerà credere che sia utile imitarli, perchè allora si fabbrica sulla rena, e le case generalmente non durano. All'onestà, per cui la casa Zuliani era omai proverbiale, il signor Antonio Brizzi, grande scritturale nel cospetto del Signore, aggiungeva una diligenza scrupolosa, una prontezza mirabile, una esattezza esemplare, per cui la macchina bancaria andava come un orologio: s'intende, come un orologio che va, e che va bene; due cose che non sono di tutti gli orologi.

Compiamo il ritratto morale del signor Antonio Brizzi, soggiungendo ch'egli era un vecchio scapolo. Ad ammogliarsi prima gli era mancato il tempo; e di ammogliarsi poi non era più tempo. E non se ne doleva; che anzi! Era uomo di gusti semplici, che la compagnia d'una donna avrebbe sempre un po' contrariati; si contentava di poco, non ispendendo la metà di quel che guadagnava, tanto che gli amici lo accusavano di essere omai diventato milionario, o giù di lì. “Soprattutto giù di lì„, rispondeva egli ridendo; “tanto giù, che più sotto c'è il Canale„. Unico suo spasso e suo unico sfoggio era il fare un po' lunga la fermata serale al Cappello Nero, dove faceva i suoi pasti, in compagnia di quattro o cinque amici, stagionati e senza famiglia come lui, coi quali si [pg!16] cambiavano due chiacchiere sul più e sul meno, framezzandole con qualche sorso di Murano, o di Valpolicella.

Non si stava già sulle cerimonie, con loro. Le cerimonie lo seccavano a morte, e per questo non si ritrovava bene in casa del suo principale, in quei ricevimenti sempre un pochettino solenni, o che a lui parevano tali; dove bisognava star sulla vita, fare il bocchino, gesticolar poco o nulla, e parlare in punta di forchetta, fra giovinotti inamidati, vecchi incerettati e signore infarinate. I giovinotti inamidati lo mettevano in soggezione, i vecchi incerettati gli facevano rabbia, le signore infarinate gl'incutevano un religioso terrore. Si trattava poi di una soltanto; chè la signora Livia, salvo in circostanze singolari, e veramente costretta dal suo ufficio di padrona di casa, non ne sopportava di più. Ma quella c'era sempre, buon Dio, come obbligata in chiave, e gli pareva una stonatura. Povera contessa Galier di San Polo, così amena, così facilona, e la prima a ridere delle sue infarinature ostinate! Ma il signor Brizzi era fatto così; si ritrovava male con le dame. C'era quella sola? Pagava per tutte.