Conoscendo l'umore del suo segretario, Raimondo Zuliani aveva dovuto attaccarlo col solito preambolo.
— So che vi dò noia, mio caro Brizzi; ma voi mi scuserete, perchè non posso fare altrimenti. Mia moglie conta su voi, questa sera; ed io, poi, anche conoscendo le vostre inclinazioni, debbo contarci come lei. Alla cena del buon augurio non potete, non dovete mancar voi, che siete il mio amico migliore. E poi, che volete? Si resterebbe in tredici, senza di voi; è dunque necessaria la vostra presenza.
[pg!17] — Allora al fuoco, e senza risparmio, come a Malghera; — disse ridendo il signor Brizzi.
Ridendo, sì, ma a denti stretti, e perciò non di gusto, come faceva al Cappello Nero. Li aperse bene, quella sera sul tardi, per maledire la falda e tutto il resto dell'abbigliamento cerimoniale, che aveva dovuto cavar dall'armadio. E nondimeno, quando ebbe finito di vestirsi, non era più tanto feroce. Uscito dal suo quartierino in vicinanza dei Frari, venuto alla riva e sceso in gondola, dopo aver gittata al gondoliere la frase “al palazzo Orseolo„, le sue invettive cominciarono a condirsi di qualche amenità; segno che quell'ottimo signor Brizzi si veniva bel bello rassegnando al suo fato.
— Ebbene, vecchia mia, — diceva egli, abbottonando su quella povera falda i due petti del suo palandrano, — sei contenta d'essere uscita dall'armadio, ove meritavi di restare fino alla mattina del giudizio universale? Con tante grinze, farai la tua bella figura! E tu, piastrone di tela batista, lustro e sodo come un piatto di porcellana, le vorrai bere, le tue goccioline di caffè e di liquori, non è vero? Strano! — soggiunse il signor Brizzi, accomodandosi meglio che poteva sui neri cuscini del felze. — Ci sono quei cari giovinotti, che non si macchiano mai. Forse per questo portano i baffi tirati all'insù, che paiono tanti gatti arrabbiati. E noi.... e noi, poveri vecchi, li portiamo voltati all'ingiù, come tanti Cinesi. Ecco il guaio! —
Il signor Brizzi, come abbiamo sentito da lui, era stato tra i difensori di Malghera. Fedele ai ricordi del patrio risorgimento, portava baffi e pizzo all'italiana.
[pg!18] A piè della gradinata del palazzo Orseolo approdava un'altra gondola, donde smontarono dopo il signor Brizzi altri due invitati di casa Zuliani. Tutti e tre, scambiata una stretta di mano, salirono, giungendo proprio gli ultimi all'appello. Nel gran salotto della signora Livia era già adunata, disposta in crocchi, secondo il caso o le affinità elettive, una fiorita compagnia; “le donne, i cavalier, l'armi....„; sì, anche l'armi, rappresentate da Federico Cantelli, nella sua severa uniforme di sottotenente di marina. Quanto agli “amori„ potevano essi mancare? Dove son donne e cavalieri, è più facile azzeccar gli amori che l'armi.
— Così tardi? — chiese amabilmente la signora Livia, stendendo la sua bella mano al signor Brizzi.
— Padrona, — rispose l'ameno segretario, inchinandosi, — abbia la bontà di scusare un povero villano, che non ha voluto venire con le mani vuote. Come vede, ho portato questi due forestieri. —
E contento della sua barzelletta, si trasse da un lato, per lasciar passare alla cerimonia dello shake-hand il cavalier Lunardi e il maestro di musica.