Tremava, il povero Spinello; tremava, vedendo il vecchio pittore atteggiato a giudice davanti al suo disegno, e raccolto in un silenzio che non gli prometteva niente di buono.
Mastro Jacopo guardava sempre così. La sua attenzione era concentrata nel soggetto, non si perdeva mai in esclamazioni, o inarcamenti di ciglia. Quando aveva considerato per ogni verso ciò che doveva giudicare, meditato, vagliato, pesato tutto sulle bilance dell'orafo, allora soltanto si lasciava sfuggire un bene, o un male, secondo che gli pareva, ma niente di più.
Quella volta, per altro, si mostrò più corrivo.
—Bene!—diss'egli, dopo una lunga disamina. Sono contento di te. La —composizione è saviamente immaginata. L'atteggiamento del Santo è —sobrio e dice molto. Se ti riesce sul muro quell'aria di testa, come —t'è riescita sulla carta, hai vinto per mia fede un gran punto.—
Spinello, fuori di sè dalla gioia, buttò le braccia al collo del maestro.
—Via, via,—ripigliò il vecchio pittore, schermendosi male da quella dimostrazione d'affetto.—Non son mica Fiordalisa!
—Padre mio, perdonate;—gridò Spinello.—Sono tanto felice! La vostra lode è per me il più grande, il più ambito dei premi.
—Sì, dopo la mano di Fiordalisa;—borbottò mastro Jacopo.—Ma già si capisce, ed io non mi lagno. Del resto, la lode del babbo e la mano della figlia non son tutta roba di casa mia?
Spinello chiese licenza al maestro di poter cominciare quel medesimo giorno a far la macchia, per ottenere una giusta intonazione di tinte. La mattina seguente mise mano al cartone. Aveva misurato lo spazio su cui doveva essere dipinta la storia del Santo e fatto il conto dei fogli di carta che gli bisognavano per quel tratto di muro. Non gli restava che di congiungerli ad uno ad uno per gli orli, con la colla di farina cotta al fuoco. Ciò fatto, e come il cartone fu rasciugato sulle giunture, lo stese al muro, incollandolo sui lembi; indi, tirate sul suo primo disegno tante righe orizzontali e perpendicolari che lo riducessero ad una fitta rete, segnò lo stesso numero di linee sul cartone, a distanze proporzionatamente eguali, affinchè gli fosse facile di condurre il suo primo disegno alla misura dell'affresco che aveva immaginato di fare.
Spinello lavorava per quattro, e al paragone suo anche Luca Giordano, soprannominato Luca Fa presto, avrebbe potuto andarsi a riporre. Finito il suo graticolato, mise un pezzo di carbone in capo ad una canna, e là, ritto davanti al muro, con un occhio al disegno primitivo e l'altro al cartone, incominciò a riportare su questo i contorni dell'altro. Due giorni dopo, il cartone del Miracolo di san Donato era fatto, con grande soddisfazione di mastro Jacopo, il quale per tutto quel tempo non aveva voluto nessuno dei suoi giovani in chiesa. Già, a che cosa gli sarebbero serviti quei lasagnoni? A mesticargli i colori? Mastro Jacopo, per quei due giorni, mesticò i suoi colori da sè, come avrebbe fatto ogni artista novellino. Tanto è vero che ognuno, purchè voglia, più passarsi dell'opera d'un altro, sia egli servitore od aiuto!