Tuccio di Credi non sapeva che pensare; non sapeva che dire; aveva perduta la testa. Poco mancò che dimenticasse perfino di chiudere la bottega. Escito di là, andò macchinalmente per le vie d'Arezzo, fino all'osteria del Greco, dove c'era la combibbia serale dei garzoni di mastro Jacopo. Aveva una faccia così scura, che i suoi compagni lasciarono tosto di ridere, per domandargli se si sentisse male.
—Vuoi un confortino? Un cordiale? Un lattovaro?—gli disse il Chiacchera.—Prendi questo; è Montepulciano, e il Greco giura di non averlo annacquato.—
Tuccio di Credi ricusò brevemente, col gesto, il bicchiere che gli offriva il Chiacchiera.
—Sapete la novella?—disse egli.
—Quale novella?—chiese Cristofano Granacci.
—Se non la spifferi, come possiamo saperla?—soggiunse il
Chiacchiera.
Tuccio di Credi rimase un momento sopra di sè, come se volesse raccogliere le proprie forze; indi, con voce sepolcrale, diede il triste annunzio ai compagni:
—Spinello Spinelli, l'ultimo venuto a bottega, sposa la figlia di mastro Jacopo.—
Un grido di meraviglia accolse le parole di Tuccio.
—Come lo sai?—domandò il Chiacchiera.