—Lo so da mastro Jacopo, che c'invita per domenica alla festa degli sponsali e ci raccomanda di preparare le nostre più belle canzoni.
—Oh, le avrà!—disse il Chiacchiera.—Ti assicuro io che le avrà. Un così bel matrimonio! Ci vorranno anche i giullari!
—Già,—osservò tranquillamente Parri della Quercia,—dovevamo immaginarcelo.
—Immaginarcelo! E perchè?—disse Tuccio di Credi.
—Perchè era facile di scorgere che mastro Jacopo vedeva assai di buon occhio Spinello Spinelli.
—Come scolaro, non nego;—ribattè Tuccio di Credi.—Mastro Jacopo ha le sue debolezze, come le ha avute sant'Antonio. Ma neanche sant'Antonio ha portato il suo protetto in paradiso. E non era da immaginare che mastro Jacopo dovesse dare sua figlia a Spinello Spinelli. Sapete che già gliel'avevano domandata parecchi: tra gli altri il Buontalenti, che è un ricco sfondato.
—È vero;—disse Parri della Quercia;—ma tu ricorderai per qual ragione mastro Jacopo non gliel'ha voluta dare. Egli ha sempre detto che la sua Fiordalisa avrebbe sposato uno dell'arte sua. Spinello Spinelli è un pittore; dunque….
—Adagio, Biagio!—entrò a dire il Chiacchiera.—Spinello Spinelli è un mastro Imbratta, finora, un fattore come noi altri, e non può neanche misurarsi con te, Parri della Quercia, che hai già fatto un trittico a tempera, e n'hai avuto lode dagli intendenti.—
Parri della Quercia sorrise e ringraziò con un cenno del capo.
—Ma infine,—diss'egli di rimando,—se non ha anche dipinto a tempera, non si può tuttavia bollarlo col titolo di mastro Imbratta. Rammentate i suoi tocchi in penna.