—Via, non ci guastiamo il sangue;—entrò a dire Lippo del Calzaiolo.—Cristofano ha ragione, ed io seguirò il suo esempio; me ne andrò a bottega da Agnolo Caddi, in Firenze. Tanto qui non s'impara nulla.

—È vero, questo;—notò il Chiacchiera.—Mastro Jacopo ha l'aria di tenerci per misericordia, come si tengono gl'infermi all'ospedale. Non c'è che Spinello, in Arezzo! E a lui concede anche la mano di sua figlia. Questa, poi, è grossa. Di che diamine s'è innamorato?

—Forse del ritratto che Spinello ha inteso di fare a madonna
Fiordalisa:—osservò Lippo del Calzaiolo.

—Almeno sapesse farli i ritratti!—esclamò il Granacci.—I quattro segni d'un tocco in penna a me mi servono poco. In un'opera grande, voglio vederlo.

—Lo vedrete nel San Donato;—disse Parri della Quercia.

—Ma se non è suo!—rispose il Granacci.—Lo vogliamo giudicare da un'opera fatta da lui sotto i nostri occhi, non già in un affresco di mastro Jacopo, gabellato per suo.

—Chi dice che non sia suo?—chiese timidamente Parri della Quercia.

—Non hai inteso? Lo dice Tuccio di Credi.

—Adagio, Cristofano; io non ho detto nulla,—si affrettò a rispondere Tuccio di Credi.—Almeno non ho fatto che accennare un sospetto; anzi, la possibilità d'un sospetto. Ma se mi domandate che cosa ne penso, vi dirò che io non sospetto nulla, e credo che Spinelli darà tutta farina del suo sacco. È un gran pittore che nasce di schianto; nasca a sua posta, e facciamola finita. Parliamo d'altro; anzi, non parliamo di nulla. Poc'anzi volevate darmi un confortino, un lattovaro, un cordiale? Ho più fame che sete, e prenderei qualche cosa di sodo.—

IV.