—Tu l'hai veduto?

—Io no, l'ho risaputo dallo scaccino della chiesa. Ma su questo non ho a dirvi di più;—soggiunse Tuccio, già quasi pentito di aver toccato quel tasto.

Ma gli altri non avevano bisogno di più estesi particolari, e non ci badarono neanco. Erano su tutte le furie, e non ci vedevano lume.

—Ah! è troppo!—gridò Lippo del Calzaiolo.—Mastro Jacopo ci ha i suoi beniamini. Se avesse adoperato egualmente con noi! Se ci avesse consigliati, aiutati, messi avanti, saremmo pittori anche noi. Bella forza! fare il lavoro d'uno scolaro e poi gabellarlo per pittore! E non si fa celia; pittore frescante! Purchè i massari del Duomo gli lascino passar la burletta!

—Che cosa ha da importarne ai massari?—disse Tuccio di Credi.—Se l'opera piacerà, non andranno a cercare cinque piedi al montone.

—E noi lasagnoni! Noi buoni a nulla!—gridò Cristofano Granacci.—Ah, caro e riverito mio mastro Jacopo di Casentino, dite che non son più io, se non vi pianto lì su' due piedi.

—O su quanti vorresti piantarlo?—domandò il Chiacchiera, che non rinunciava mai all'occasione di metter fuori una celia.

—Dico che me ne vado,—urlò il Granacci,—posso allogarmi a Firenze dal Giottino, o a Siena dal Berna, che tutt'e due mi vogliono.

—Per che fare?

—Quello che tu non farai, Tuccio, se pure tu campassi mill'anni:—ribattè il Granacci.